La Nuova Sardegna

L'intervista

Gioele Dix: «Alberto Tomba si offese per la mia imitazione, ma facemmo pace in tv»

di Alessandro Pirina
Gioele Dix: «Alberto Tomba si offese per la mia imitazione, ma facemmo pace in tv»

L’attore a Sassari e Cagliari con lo spettacolo su Dino Buzzati: «Lo leggo da quando avevo 12 anni»

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Omaggio a Dino Buzzati che porta la firma di Gioele Dix. Il grande attore milanese ritorna in Sardegna con “La corsa dietro il vento / Dino Buzzati o l’incanto del mondo”, una pièce originale e avvincente ispirata ai racconti dell’autore de “Il deserto dei Tartari” che lo vede in scena affiancato da Valentina Cardinali. Lo spettacolo è in cartellone martedì 16 gennaio alle 21 al Teatro Comunale di Sassari e da mercoledì 17 fino a domenica 21 al Teatro Massimo di Cagliari sotto le insegne del Cedac.

Dino Buzzati fa parte della sua vita da quando aveva 12 anni: cosa la colpiva allora e cosa la colpisce oggi?

«Da ragazzino mi colpiva la sua capacità di raccontare storie quotidiane nelle quali mi identificavo. Nei suoi racconti mi sembrava di vedere le vicende dei miei vicini di casa, degli adulti che mi stavano intorno, dei miei compagni di classe. Ma soprattutto mi colpiva quell’elemento in più che era l’imprevisto. Fu un amico di quei tempi, aveva un anno più di me, a portarmi questo libro, “Sessanta racconti”, che gli aveva fatto leggere il suo professore di quarta ginnasio, e ricordo che ci piaceva il fatto che ci fosse questa aria di mistero, anche di catastrofico. Quella sua fantasia era la cosa che più ci affascinava».

E da grande cosa le piace?

«Con gli anni ho capito che quell’elemento che mi incuriosiva e basta era un aspetto forte della sua poetica. Recentemente ho visto in tv una sua intervista in bianco e nero, in cui diceva: “io da sempre, fin da ragazzo, avevo la sensazione che potesse succedere qualcosa da un momento all’altro e questo atteggiamento l’ho conservato per tutta la vita”. Per lui la vita era importante - era un cronista vero, non un intellettuale che viveva nell’astrazione - ma teneva sempre conto del destino che ci riguarda tutti».

Buzzati era definito il Kafka italiano per i suoi racconti surreali, fantastici: ne ha uno che ama più di ogni altro?

«Nel romanzo lungo “Il deserto dei Tartari” lo considero uno dei dieci più importanti della mia vita. Lo avevo letto da giovane e poi lo ho riletto. Sono stato felice di averlo riletto, ma mi sono anche chiesto cosa avessi capito di quel romanzo che, comunque, mi era piaciuto. Nei “Sessanta racconti” forse metterei “La ragazza che precipita”, una bellissima metafora della vita, del destino di tante donne, un testo molto forte rivisto anche con gli occhi di oggi».

È stato difficile fare una selezione dei racconti per lo spettacolo?

«Amandolo tanto, è stato terrificante. Adesso non ci penso più e ogni sera vado a fare lo spettacolo felice, ma all’inizio ero disperato. Andavo in scena e pensavo: manca questo, manca quello, qui ci sarebbe stato bene quell’altro...».

Attore a 360 gradi: drammatico sul palco, comico in tv, brillante al cinema. Quando si sente più a suo agio?

«In realtà io mi sento a mio agio quando faccio le cose che mi piacciono. Lo so, è una risposta banale, ma non sempre ti capita di fare cose che ti convincono fino in fondo. Da qualche anno mi sento abbastanza bene in tutto quello che faccio, ma in passato ci sono state cose che ho fatto perché mi dispiaceva dire di no, perché conseguenza di un altro lavoro, perché ti chiedevano un piacere. Cose che non volevo fare non ne ho mai fatto, ma sicuramente quando sono a teatro mi sento come nella vasca da bagno da bambino con la schiuma e le barchette».

Il personaggio dell’automobilista incazzato le diede grande popolarità. Come nacque?

«Quando iniziai a fare il cabaret da solista avevo già una certa esperienza teatrale e, avendo quell’impronta, facevo sketch divertenti, ma mi mancava l’essere più aggressivo con il pubblico. Ricordo un collega che entrava sul palco e insultava gli spettatori. Io pensavo: devo trovare qualcosa di più forte. E dove sono andato a cercarlo? Dentro di me. Scavando mi è venuto in mente che quando ero in macchina diventavo una bestia. Mi faceva sorridere questa cosa che io persona perbene, civile, attenta agli altri avessi questa trasformazione in auto. E capii che molti altri avevano questo stesso problema. Presentai il personaggio in un locale di Milano ed ebbi un successo pazzesco. Arrivai così in tv. Per mia fortuna questo mio exploit improvviso arrivò a 33 anni, con sulle spalle 12 anni buoni di mestiere».

Un altro suo cavallo di battaglia fu Alberto Tomba: quale fu la sua reazione?

«All’inizio se l’era un po’ presa, non gli piaceva essere preso in giro. Fece una polemica sulla Gazzetta dicendo che lui non diceva “gnocca”. Poi abbiamo fatto pace e ci siamo anche incontrati a Mai dire gol».

Come è fare il comico nell’era del politicamente corretto?

«Personalmente io non ho mai usato battute che offendessero qualcuno. Mai sulla balbuzie, su difetti fisici. L’ho fatto per una questione di mia educazione. La cosa più importante è non offendere la sensibilità degli altri. Ovvio che però non si esageri dall’altra parte. Però mi preme dire che oggi ci sono anche comici grevi, volgari che fanno battute grevi, volgari, che se vengono criticati dicono che non possono più dire niente per colpa del politicamente corretto. In realtà, sono loro scorretti».

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