Jacopo Cullin: «Che fortuna stare sul set con Gigi Riva. Ora è arrivato il momento del mio film»
L’attore cagliaritano si gode il successo di “Lolita Lobosco”: «Ai grandi ascolti non ci si abitua mai. Fantastico lavorare con Luisa Ranieri»
La tv gli ha dato la grande popolarità, da Trento fino ovviamente a Bari, ma i sardi da tempo conoscono il suo talento, la sua ironia. Un esempio? L’altro giorno Jacopo Cullin era su Rai 1 da Caterina Balivo, arriva una telefonata. È Marinella dalla Sardegna e subito esclama: “oooh Roberto!”. La conduttrice non capisce, chiede delucidazioni, ma nell’isola non ce n’è bisogno, i suoi tormentoni, i suoi personaggi li conoscono (quasi) tutti.
Jacopo, per il ritorno di Lolita Lobosco 5 milioni di telespettatori. Si è abituato a questi numeri o fanno ancora effetto?
«Non ci si abitua mai, sono numeri incredibili. E c’è anche un altro milione su Raiplay».
Alla terza stagione come va con il barese?
«Mi sembra sia migliorato un po’. Dopo tre anni ho curato meglio le sfumature. Anche perché Bari ormai è una seconda casa».
Perché Lolita Lobosco piace così tanto?
«È un mix perfetto di scrittura e recitazione. E poi il fatto che la protagonista sia Luisa Ranieri: già era amata di suo, con Lolita lo è diventata ancora di più».
Il vostro primo incontro?
«Al provino. All’inizio ero agitato perché dovevo farlo con Luisa Ranieri, ma dopo due minuti era già diventata una collega. È facile lavorare con lei. È disponibile, pronta ad accogliere consigli. Una grande professionista».
I suoi miti da bambino?
«Mi piaceva da morire Jerry Lewis».
Quando ha deciso: voglio fare l’attore?
«Non c’è stato un momento. È stato tutto graduale. Ho iniziato da ragazzino, prima come animatore, i primi spettacoli, poi il primo film, la prima serie. È stato tutto naturale e ora mi ritrovo a fare questo mestiere».
I primi successi su Videolina. Quando capì che funzionava?
«Mancava un comico e Massimiliano Medda, con cui avevo fatto una serata in piazza, mi chiamò per una puntata. Andò bene e mi volle per altre tre. Alla fine non me ne sono mai andato. Gli sarò sempre grato, mi ha accolto come in una famiglia ed è stato il mio trampolino».
Se ne va a Roma per studiare recitazione: per un sardo la Capitale è una strada obbligata?
«In qualche modo sì. Non tanto per studiare, ma perché hai l’occasione di confrontarti con attori e registi di un certo livello. Non dico che in Sardegna non ce ne siano, anzi, ma il cinema è a Roma. Se hai voglia di fare questo mestiere devi spendere in termini di tempo ed economici. Se resti in Sardegna con questa finta continuità quanto ti costa andare per ogni provino? Meglio prendersi una stanzetta».
Arrivano anche i primi ruoli per fiction di Rai e Mediaset: Roma è come se la aspettava?
«No, l’ho trovata molto difficile, poco accogliente. Quando immagini di fare parte di un mondo pensi solo alle cose positive. Solo per una grande passione puoi scegliere di abitare in un buco di pochi metri quadri e pagare fior di quattrini per vivere in una città caotica e chiusa».
C’è un no che ancora quando ci pensa le fa male?
«Zero. Ma ricordo il primo provino. Chiamo la mia agente: “cosa ti hanno detto?”. E lei: “chi?”. Io: “del provino?”. “Ti dirò quando mi faranno sapere”, taglia corto. Io continuo a chiedere, a un certo punto lei smette di rispondere. Lì ho capito l’arte dell’attesa, fondamentale in questo mestiere: la risposta è arrivata il marzo dell’anno dopo».
Nel 2013 l’incontro con Paolo Zucca: prima “L’arbitro”, poi “L’uomo che comprò la luna”, il film che fa da spartiacque alla sua carriera.
«È stato importantissimo, perché è arrivato in un momento in cui ero tornato in Sardegna, non stavo lavorando e non avevo neanche una agenzia. E invece grazie a questo film ho anche trovato l’agenzia che ho sempre voluto, quella di Leonardo Diberti, di quelle che con poca aggressività e molta eleganza sanno dare il giusto valore ai loro attori».
Sul set c’era anche Benito Urgu, che ha appena annunciato l’addio alle scene.
«Ma quando mai smette quello lì, non ci credo neanche se lo vedo. Ha ancora una grinta per stare sul palco. È la pietra miliare della nostra comicità».
In questi anni è stato anche Luigi Zanda, portavoce di Cossiga, nel film di Marco Bellocchio sul sequestro Moro.
«È stato un grande regalo, anche se il ruolo non era enorme. Sono stato sul set solo una settimana, ma ero sempre attaccato a Bellocchio, anche quando non giravo. Speravo sempre di rubargli qualcosa, anche da come si comportava. Mi ha affascinato il suo modo di porsi nei confronti di tutti, dal protagonista all’ultima delle comparse. Faceva sentire tutti parte del progetto».
Nel frattempo è pronto a partire con un nuovo tour.
«Non vedo l’ora. So a memoria tutte le date: il 2 maggio a Nuoro, il 4 a Sassari, l’11 a Bari, il 16 a Cagliari, il 25 a Paulilatino, il 29 a Torino, il 30 a Firenze».
Sta più a Roma o a Cagliari?
«Cagliari tutta la vita. Roma è bellissima, stupenda, ci vado volentieri per lavoro, ma la vita che facciamo in Sardegna è unica».
Ha votato alle regionali?
«Sì».
Ha vinto?
«Il voto non si dice, ma faccio tanti auguri alla presidente Alessandra Todde, perché mi sembra una capace. Per me cambia poco che sia uomo o donna, ma il fatto che per la prima volta abbiamo una presidente è un qualcosa da celebrare».
A gennaio la morte di Gigi Riva. Cosa è stato per lei?
«Ho avuto la grande fortuna di conoscerlo e vivere con lui un momento molto intimo e prezioso. Ho toccato con mano la sua umanità e ho avuto in regalo la sua fiducia durante lo spot per gli Special Olympics. Ha capito subito che poteva fidarsi e per me dirigere Gigi Riva è stata una gioia immensa. Ha lasciato una traccia netta del suo passaggio come calciatore ma soprattutto come uomo, a noi non resta che onorarlo cercando di seguire il suo esempio».
Il Cagliari ce la farà?
«Ogni partita perdo mesi di vita. Non dico nulla per scaramanzia, ma mi piace il clima, lo spogliatoio: si vede che ce la mettono tutta. E poi c’è mister Ranieri: sono cresciuto con lui, la grande scalata dalla C alla A».
Il suo film a che punto è?
«Ne stiamo parlando, diciamo che sta avanzando. Ultimamente me lo stanno chiedendo in tanti, evidentemente è l’universo che manda dei segnali. Forse è arrivato il momento».
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