La Nuova Sardegna

L'intervista

Ivana Spagna: «Finsi un matrimonio per rompere un contratto. Il mio sogno è recitare: prima o poi farò un corto»

di Alessandro Pirina
Ivana Spagna: «Finsi un matrimonio per rompere un contratto. Il mio sogno è recitare: prima o poi farò un corto»

La cantante veronese si racconta: «A casa c’erano pochi soldi, ma non ne ho sentito la mancanza. Sanremo il regalo più bello, ma non mi sono più presentata: non rientro tra i papabili. Easy Lady uscì in 500 copie, alla fine ne ho vendute milioni. Il singolo con i Legno un inno alla positività»

03 maggio 2024
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Popstar internazionale negli anni Ottanta con milioni di dischi venduti in tutto il mondo, regina della musica italiana negli anni Novanta e Duemila con diversi Sanremo nel carnet. Ma la carriera di Ivana Spagna, appena tornata in sala d’incisione con “Sarà bellissimo” in tandem con i Legno, inizia molti anni prima, quando era solo una bimba della provincia veronese.

Ivana, quante vite musicali ci sono nella sua carriera?
«Due, forse tre. Anzi, due e mezza, la terza la sto aspettando. Ma c’è anche la gavetta, forse la più importante per chi fa questo mestiere, perché lo fai per passione e non per i soldini. Io ne ho fatti 12 anni...».

Il suo sogno da bambina?
«Volevo fare la ballerina di musica classica. Io ho una fantasia senza confini: mi mettevo davanti allo specchio e riuscivo a immaginare l’orchestra, a sentire gli archi e i violini. Quello era il mio sogno, ma i miei non avevano la possibilità di farmi arrivare le scarpine, figurarsi di iscrivermi a una scuola a Verona. Poi a 10 anni e mezzo partecipai a un concorso per voci nuove e scoprii che mi piaceva cantare».

Insomma, la svolta.
«Mio padre prese un pianoforte a noleggio: 3mila lire al mese, un grossissimo sacrificio. E con mia madre mi portavano in giro per i concorsi in Veneto, Lombardia. Ricordo situazioni da libro Cuore. Una volta rimanemmo senza benzina perché non aveva soldi e ne aveva messa poca. Un’altra volta, non potendoci permettere il ristorante, ci fermammo in un campo, la bottiglia di lambrusco esplose e il mio vestito bianco diventò bordeaux. Mio padre scovò un ruscelletto e lo lavò finché non diventò rosa pallido. Trovammo un sarta che lo asciugò con il ferro da stiro e la sera al concorso arrivai seconda. È stato il periodo più bello della mia vita. Sono stata fortunata ad avere genitori che si sono amati e ci hanno amato. In casa Spagna non c’erano soldi, ma non ce ne hanno mai fatto sentire la mancanza».

A 15 anni la Ricordi la mise sotto contratto, che poi non le fu rinnovato: fu una mazzata?
«Ma quale mazzata! Facemmo un concorso a Castel d’Ario, c’era Mike Bongiorno che chiamò i miei genitori e disse loro: la voce di vostra figlia è molto interessante, vi suggerisco la Ricordi. Partimmo per Milano con la Bianchina, il provino andò bene. Fui messa nelle mani di Hubert Giraud, il più grande autore del momento, scriveva per Dalida. Ma c’era un problema: non riuscivo a stare lontano da casa, piangevo tutti i giorni. La canzone fu sentita in tutto il mondo, se ne fecero 33 versioni, ma io chiamai mio padre: vienimi a prendere. Trovammo la scusa che dovevo tornare a casa perché dovevo sposarmi con il mio fidanzatino di allora, Franz. Mio padre era più dispiaciuto di me, ma rispettò i miei voleri e il contratto fu chiuso. Poi a 18 anni ho creato il mio gruppo con mio fratello e il mio fidanzato. E anche tuttora continuo a fare tutto in famiglia. Posso stare lontana da casa ma mio fratello è con me».

La svolta in inglese?
«È stata naturale. Nelle discoteche suonavamo e facevamo ballare la gente. Sempre tutto in inglese, anche i lenti. Quando ci fu l’avvento dei mega impianti decidemmo di smettere. A suon di cambiali ci siamo fatti uno studio di registrazione e ci campavamo facendo jingle pubblicitari. Poi abbiamo iniziato a scrivere, li chiamavamo prodotti da studio. Funzionavano, finimmo anche in classifica. A un certo punto dissi: ne voglio fare uno che piace a me. Buttammo giù l’idea di “Easy lady”. Loro volevano cambiare il riff, mi impuntai e uscimmo con 500 copie...».

Quante ne ha vendute?
«Insieme a “Call me” siamo intorno alle 11-12 milioni. Ero sempre in giro per l’Europa».

I suoi album vendono in tutto il mondo, vince il Festivalbar, a Sanremo è ospite internazionale: come visse il successo?
«Non mi ha sconvolto. Chi ha fatto la gavetta sa che le cose belle arrivano come grazia ricevuta. Me la sono goduta, consapevole che poteva anche finire».

Chissà quanti incontri...
«Giravo l’Europa con gli A-ha, i Simply Red, gli Europe. Ma c’è un incontro che mi piace ricordare. Ero a Parigi per lo show tv del sabato sera, il direttore di produzione mi fa: “Spagnà, c’è il signor White che vuole conoscerla”. Sono andata nel suo camerino e con me è voluto venire tutto il gruppo. Barry White era un universo di persona: bella, affabile, simpatica. I più grandi che ho incontrato, a partire da Tina Turner, sono i più umili».

La svolta in italiano è stata invece merito di Elton John.
«È stato lui a scegliermi per “Il cerchio della vita”. Non volevo fare il provino, ma quando ho saputo che era della Walt Disney ho cambiato idea. 48 ore dopo arrivò l’ok: Elton John aveva trovato la voce di madre natura».

E da lì Sanremo: terza con “Gente come noi”.
«Era la prima canzone in italiano che scrivevo. Avevo sempre avuto senso del pudore nei confronti di mia madre, non volevo sentisse quello che cantavo. Quando sono arrivata terza e sono stata richiamata sul palco è stato il regalo più bello, con mio papà che mi guardava dall’alto e mia mamma a casa malata di tumore ma ancora non lo sapeva».

A Sanremo manca da un po’, ha partecipato solo nella serata cover. Tornerebbe in gara?
«Non ho più presentato brani perché per il mio modo di vedere era inutile. Non facevo parte di una rosa di nomi e stare male non aveva senso».

“Sarà bellissimo” con i Legno: punta a essere uno dei tormentoni estivi?
«Ma magari. Quando l’ho sentita mi è venuta addosso tanta positività. Mi ha fatto stare bene e mi auguro succeda questo alla gente. Tanto che ho detto sì al primo colpo. Di solito sono una rompiballe...».

Ultimamente ha fatto scatenare Letizia Moratti.
«È stata una sorpresona come persona. Dicono che è contro i gay, ma non è vero. Con la sua associazione Genesi è impegnata in Africa proprio nella lotta per i diritti umani, compresi quella della comunità Lgbtqia+. Quanto è brutto parlare delle persone con acronimi: spero un giorno non ce ne sia più bisogno».

“Call my agent” l’ha fatta diventare Lady Pope per Sorrentino: la vedremo mai al cinema?
«Purtroppo non ne ho mai avuto l’occasione, se no ci avrei già provato. Il mio sogno segreto è recitare. Prima o poi farò il mio cortometraggio».

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