La Nuova Sardegna

L’intervista

Francesco Pannofino: «La mia carriera tra Clooney e Boris»

di Alessandro Pirina
Francesco Pannofino: «La mia carriera tra Clooney e Boris»

L’attore e doppiatore al Sardinia Nexus di Sassari ha incontrato il pubblico «Renè Ferretti? In lui c’è ogni regista»

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La sua voce inconfondibile è risuonata nella Cittadella dell’Intrattenimento allestita nei locali della Promocamera di Sassari. Francesco Pannofino era infatti l’ospite più atteso di Sardinia Nexus 2024, il festival del fumetto che andrà avanti per tutta la giornata di oggi con una ricca offerta d’intrattenimento e di cultura pop per un pubblico di tutte le età. Pannofino, attore o doppiatore.

Cosa prevale in lei?

«Tutti e due. Il doppiaggio mi ha aiutato a inizio carriera quando ho iniziato a fare questo mestiere. Ai tempi c’era tantissimo materiale da doppiare, c’era stata l’esplosione delle tv private ed era aumentato a dismisura il lavoro. Il numero dei doppiatori era passato da 200 a 2mila».

A differenza di tanti suoi colleghi lei non aveva una famiglia d’arte alle spalle...

«No, mio padre faceva il carabiniere, ma avevo quella giusta dose di incoscienza che ti permette di provarci. Certo, se avessi saputo che biosgnava fare tutta questa trafila magari non l’avrei fatto. Ma da giovani è giusto tentarle tutte. E poi il doppiaggio è una specializzazione del mestiere dell’attore, anche se oggi con le piattaforme il lavoro è aumentato ulteriormente e la qualità si è un po’ abbassata».

C’è chi sostiene che il doppiaggio rovini i film. Recentemente anche Elio Germano si è unito al coro.

«Questa campagna c’è sempre stata. Quanto a Germano, che stimo e ammiro, è una sua opinione. Ma forse dimentica che in questo settore lavora un sacco di gente. Non solo i doppiatori, ma tutta una filiera che comprende tecnici e società di doppiaggio. Forse un film sarà meglio in lingua originale, ma se uno non sa l’inglese o il tedesco non deve guardarlo? E poi non è vero che il doppiaggio rovina i film. Dipende da come lo fai, il bravo doppiatore deve riuscire a dare le stesse emozioni in italiano, senza fare capire a chi guarda il film che l’attore non sta parlando con la sua voce».

Il primo doppiaggio?

«Non ricordo né film né personaggio, ma solo la battuta: “Ti fermi o riparti?”».

George Clooney, Denzel Washington, Antonio Banderas, Jean-Claude Van Damme, Kurt Russell: in quale attore si sente più a suo agio?

«Mi sento sempre a mio agio, anche perché ho la fortuna di doppiare sempre attori bravi. Non è che sia più facile, ma la bravura degli attori può agevolare. Poi ovvio che ci metti del tuo. E comunque tra i tanti ce ne sono due con cui ho più feeling perché li ho doppiati più volte. Sono George Clooney e Denzel Washington».

Li ha conosciuti?

«Clooney ma solo per telefono. Mi aveva chiamato per complimentarsi. Gli dissi: vengo a conoscerla. E lui: adesso no, sono ubriaco».

Renè Ferretti di “Boris” è il suo personaggio più famoso: ne ha mai incontrati nella sua carriera?

«Sì, perché i registi sono sì diversi tra loro, ma quando girano hanno sempre tutti una adrenalina molto alta. Quando ho iniziato “Boris” avevo già fatto un po’ di cinema e li avevo osservati. Un po’ mi sono ispirato a loro. Ma il personaggio di Renè era così scritto bene che sembrava che gli autori fossero dei sarti che me lo avevano cucito addosso».

Le hanno mai proposto serie come “Gli occhi del cuore”?

«Hai voglia. Tutte le situazioni che raccontiamo sono realmente accadute. Magari non tutte assieme. Anche perché il set è uno dei posti più noiosi al mondo. Con le persone che fanno la stessa scena anche per venti volte. Un amico regista mi disse: stare sul set è come guardare la vernice che si asciuga».

In Sardegna ha girato “L’arbitro” e “L’uomo che comprò la luna” di Paolo Zucca. Che ricordo ha?

«Adoro Zucca, ha sempre idee originali. Spero di fare altri film con lui. In “L’uomo che comprò la luna” eravamo a S’Archittu, io e Stefano Fresi eravamo due mezzi poliziotti. È un film pieno di poesia».

Da ragazzo lei fu quasi testimone della strage di via Fani.

 «Abitavo lì. Sono passato pochi secondi dopo, non vidi niente perché andavo dalla parte opposta. Una volta che realizzai che stavano sparando con il mitra tornai indietro. Ancora dovevano arrivare tutti. Fui interrogato una sola volta e poi vent’anni dopo una seconda dalla Commissione stragi del Senato. Ma non potevo essere utile. Tra l’altro, quelli erano gli anni in cui stavo tentando di fare l’attore e tutta questa situazione a noi giovani ci disturbava».

A Sassari ha incontrato tanti giovani. Che consiglio dà a chi vuole fare l’attore?

«Bisogna iniziare presto per capire se si è adatti, perché questo è un lavoro per cui bisogna essere portati. Non tutti lo sono. Se uno non funziona meglio che lasci. Se invece si rende conto di riuscire a trasmettere emozioni allora deve insistere. Certo, serve anche la fortuna, ma il talento non può mancare».

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