La Nuova Sardegna

L'intervista

Enzo Decaro: «Intelligenza artificiale e fake news sono le superstizioni da temere oggi»

di Alessandro Pirina
Enzo Decaro: «Intelligenza artificiale e fake news sono le superstizioni da temere oggi»

L'attore napoletano in Sardegna con “Non è vero ma ci credo” di Peppino De Filippo

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Enzo Decaro fa rivivere uno dei capisaldi della commedia napoletana. L’attore, infatti, veste i panni di Gervasio Savastano in “Non è vero ma ci credo”, uno dei lavori più importanti di Peppino De Filippo che questa settimana farà tappa in Sardegna sotto le insegne del Cedac. La tournée isolana partirà mercoledì alle 20.30 a Carbonia, giovedì alle 20.30 a Nuoro, venerdì alle 21 a Olbia, sabato alle 21 a Tempio e infine domenica alle 21 ad Alghero. Ad affiancare Decaro, un mega curriculum che va dalla Smorfia con Massimo Troisi e Lello Arena alle grandi fiction della Rai, un cast composto da Carlo Di Maio, Roberto Fiorentino, Carmen Landolfi, Massimo Pagano, Gina Perna, Giorgio Pinto, Ciro Ruoppo, Fabiana Russo e Ingrid Sansone, per la regia di Leo Muscato.

Decaro, “Non è vero ma ci credo” è un classico del teatro napoletano...
«Decisamente fa parte di quei punti di riferimento della drammaturgia napoletana. Drammaturgicamente è un po’ il capolavoro di Peppino, che poi da solo e in coppia con Totò ha fatto tante altre cose. Questo è il suo fiore all’occhiello che nasce nella fucina del teatro umoristico dei De Filippo, quando i tre fratelli decisero di fare ditta insieme. Voltarono le spalle all’Ottocento, creando qualcosa di nuovo, che neanche sapevano cosa sarebbe stato. Tra loro collaboravano, scrivevano: è stato un periodo di enorme importanza. In quei pochi anni nascono i semi di tutta la loro commedia, anche di quelle che Eduardo firmerà da solo, a partire da “Natale in casa Cupiello”. Era una fucina di idee di uomini geniali, poi i diversi caratteri li hanno portati a dividersi e a prendere ognuno la propria strada. Ma i De Filippo sono stati un po’ come i Beatles: vedi quello che hanno fatto separatamente, ma tutto è nato quando erano insieme».

Come nasce l’idea di mettere in scena questo testo del 1942?
«Per una cosa successa nella vita reale. Luigi De Filippo voleva tanto riportare in scena il teatro di suo padre, così poco rappresentato rispetto a quello di Eduardo. Lui aveva già qualche problema di salute, era un po’ avanti con gli anni e non ce la faceva. Chiese a me di fare il protagonista. Inizia così la nostra collaborazione che è diventata anche una affettuosissima amicizia. Io gli dissi che, nel rispetto dell’architettura della commedia - che è un capolavoro di ingegneria comica -, non volevo fare tre atti, ma un atto unico. E così l’abbiamo un po’ alleggerita per velocizzarla».

Il tema è la superstizione. Quanti Gervasio Savastano esistono a Napoli e non solo?
«Dovremmo dividere tra superstizione e scaramanzia. La superstizione è una cosa pericolosa. Lo vediamo anche nella commedia, dove il protagonista per portare avanti questa sua fissazione rovina la famiglia, l’azienda, i rapporti. Quando uno non ascolta più e parla solo diventa pericoloso, lo vediamo anche oggi nella politica. La superstizione è una cultura di ignoranza. Eduardo diceva una cosa bellissima: “essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”. Certo, non solo al Sud, ancora oggi è nel dna delle persone trovare un oggetto che rinforzi le proprie credenze. Ma oggi la pericolosità della superstizione che ci richiede di vigilare non è data tanto dall’innocuo cornetto o dal ferro di cavallo, ma dalle fake news, dalla intelligenza artificiale, dalle cose che alterano la realtà».

Ha mai incrociato Peppino De Filippo?
«Peppino no, ma Eduardo sì. Lavorava ancora a teatro e aveva voluto generosamente incontrarci ai tempi della Smorfia. Ci rivelò che aveva dei pezzi scritti a tre, cosa che ai tempi non esisteva perché c’erano le compagnie e non le formazioni a tre. Mi è sempre rimasto il rammarico di non avere mai saputo a cosa si riferisse».

Cosa significa essere un attore napoletano?
«Forse è come essere un pescatore in un paese di mare. A Napoli non c’è solo un portamento alla teatralità, ma c’è anche la presenza, talvolta anche un po’ pesante ma ricchissima, di una tradizione infinita. Come diceva il mio amico Pino Daniele “Napule è mille culure”. Ora sono a Torino e nella bellezza della città non trovo quella teatralità che a Napoli trovi ovunque. La nostra sfida è quella sempre di trovare qualcosa in più. Un’idea sì napoletana ma che sia universale. Se Napoli è ancora in vita con le sue contraddizioni - la ferocia, le brutture sono tante - è per i grandi uomini di pensiero che ha avuto nei secoli: da Giordano Bruno e Vico fino ai De Filippo e Troisi. Tutti uomini di teatro ma anche di pensiero».

Gli esordi con Troisi e Lello Arena, papà di Sophia Loren con la star che interpretava sua madre, San Gennaro per Paolo Sorrentino, De Filippo a teatro. Cosa le manca da portare in scena della sua Napoli?
«Napoli è talmente sorprendente che non lo so neanche io. È talmente avanti, nel bene e nel male, che aspetto ci regali qualche nuova sollecitazione. In questo momento, anche per la situazione che ci circonda, con questi venti di guerra davanti a cui ci ritroviamo impotenti, Napoli si sta riallacciando alla sua tradizione migliore. La sua sopravvivenza è legata all’essere città della pace attiva, creativa, che allarga le braccia e ti accoglie».
 

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