Stefano Bizzotto arriva nell’isola: «Quando il calcio incontra la Storia può deviare il destino di un Paese»
Il giornalista a Sassari per presentare il suo libro “Storia del mondo in 12 partite di calcio”
Se si volesse raccontare la storia del Novecento e secoli limitrofi attraverso un numero limitato di episodi, diciamo dodici, un pallone che rotola potrebbe essere un filo conduttore sorprendente. A rendere perfetta questa connessione, tessendo una tela che tocca tutti i continenti e regala un punto di vista assolutamente originale, ha pensato Stefano Bizzotto. Il giornalista altoatesino, da oltre tre decenni voce della Rai per i principali eventi legati al calcio e ai tuffi, arriva in Sardegna in questi giorni per presentare il suo libro “Storia del mondo in 12 partite di calcio” (Il Saggiatore). Il suo tour farà tappa a Sassari (stasera alle 20 in piazza Tola con la Biblioteca Popolare dello Sport) e Bono, dove domani alle 22,30 sarà protagonista del Festival di letteratura sportiva Mens Sana affiancato da Roberto Pinna.
Come è possibile che una cosa apparentemente futile come un pallone da calcio permetta di fare un viaggio nella Storia lungo oltre un secolo?
«Il calcio è molto più di uno sport e la sua potenza la si ritrova in moltissimi angoli della Storia, quella con la S maiuscola. Si tratta dello sport più popolare del mondo perché possono praticarlo tutti, e la dimostrazione sta nel fatto che praticamente ogni continente ha espresso giocatori di livello planetario. Persino l’Africa, l’Asia e l’Oceania. Ma non solo».
Cos’altro?
«Le storie che racconto, alcune già note, altre mai davvero approfondite o del tutto sconosciute, mostrano come una partita di calcio a volte possa indirizzare, se non cambiare, i destini di un Paese, se non del mondo intero».
Lei apre il suo libro con la celebre sfida giocata sul fronte il giorno di Natale 1914 tra i soldati tedeschi e quelli inglesi. È un evento che accadde davvero?
«Io ritengo assolutamente di sì, anche se magari non fu una partita come la intendiamo noi, perché non c’erano le porte, le linee laterali, i giocatori indossavano divise appesantite dal fango. Mi sono appassionato a questa storia nel 2014, in occasione di un evento per i 100 anni dall’inizio della Grande guerra, quando venne proiettato un cortometraggio che mi colpì molto. Ho iniziato ad approfondire la cosa, scoprendo testimonianze preziosissime, tra i quali quella di un soldato britannico scomparso a oltre 100 anni di età».
Poi il percorso come si sviluppa?
«Ho fatto una selezione e alla fine è venuta fuori una partita per ogni decennio e quasi involontariamente è venuta fuori la fotografia di cosa erano in quel determinato momento storico l’Italia, l’Europa, il mondo intero. In certi casi calcio e storia corrono su binari paralleli, in altri il pallone ha davvero cambiato il corso degli eventi».
La potenza del calcio dal punto di vista della “presa” sulle masse popolari è stata intuita e utilizzata anche dai dittatori.
«Sì, non a caso accanto a semplici “incroci” della storia, come la tragedia di Superga, compaiono storie legate al nazismo, al franchismo, al colonialismo in Africa. Ma anche la Guerra fredda e il conflitto nei Balcani».
La sensazione è che oggi il calcio abbia lo stesso potere ma venga utilizzato esclusivamente per fini economici.
«Sì, è vero. Ieri i soldi erano molti meno ma il calcio era comunque importante. Ora girano interessi economici inimmaginabili, se pensiamo che esistono club che si avvicinano al miliardo di fatturato. Questo porta con sé molti effetti negativi: per esempio si gioca 12 mesi l’anno. Il calcio produce ricchezza ed è un limone da spremere sino all’ultima goccia, dimenticando che a giocarlo sono esseri umani che poi risentono delle fatiche. Più spremi, più cala la qualità, più ci sono infortuni e così via. Il prossimo Mondiale sarà a 48 squadre. Un’esagerazione. Ma temo che mettere un freno a questa deriva sia impossibile».
Le piace il Mondiale Club?
«L’ho seguito poco perché non ho più l’età per stare in piedi alle 3 di notte. Ci sono quasi tutte le squadre più forti e i migliori giocatori, ma tutti vengono da una stagione di 10 mesi con 60 partite. In America nel basket e nell’hockey se ne giocano oltre 80, ma la pausa estiva dura 3-4 mesi, mentre nel calcio ormai si gioca senza soluzione di continuità. Ne pagheremo le conseguenze, in termini di qualità del gioco e di logorio degli atleti. Non una bella prospettiva».
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