La Nuova Sardegna

L’intervista

Enrico Vanzina e quella gita in barca con Gigi Riva: «Per me un mito più di John Wayne»

di Alessandro Pirina
Enrico Vanzina e quella gita in barca con Gigi Riva: «Per me un mito più di John Wayne»

Lo sceneggiatore si racconta tra cinema, libri e ricordi sardi: «Quando venni la prima volta Porto Rotondo non esisteva»

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Sassari Non tutti i cineasti possono rivendicare di avere generato un aggettivo. Loro sì. Oggi, in Italia, quando si dice vanziniano si fa riferimento non solo a un genere cinematografico, ma un modus vivendi che unisce leggerezza e vita vissuta con tutti i suoi alti e bassi, drammi e sorrisi. Che è un po’ la cifra della commedia italiana, che da Vanzina padre, in arte Steno, prende vita. Oggi quel genere, appunto vanziniano, lascia provvisoriamente il cinema per trasferirsi nella letteratura. Enrico Vanzina - lo sceneggiatore della premiata ditta, fratello maggiore di Carlo, il regista, scomparso nel 2018 - ha dato alle stampe il suo primo romanzo ironico, “Noblesse oblige”, edito da HarperCollins, che presenterà l’11 agosto al resort Canne al vento, in località Abbiadori, a pochi chilometri da Porto Cervo, durante l’incontro “Vi racconto il cinema”, in dialogo con il direttore della Ragione, Fulvio Giuliani.

Vanzina, come mai solo oggi ha deciso di scrivere un romanzo comico?

«Guardi, io ho scritto 17 libri di osservazione della realtà italiana. Una serie di gialli, poi sono stato finalista tra i primi dieci allo Strega con il libro su mio fratello Carlo, che io ho considerato un romanzo. Ma non ne avevo mai scritto uno comico, perché a quel punto meglio scrivevo per il cinema. Ultimamente però mi sono reso conto che sono nato in una famiglia di umoristi e ho cambiato idea».

Figlio di Steno.

«Mio padre è stato uno dei più grandi umoristi d’Italia, ha inventato il cinema della commedia. Il mio padrino di battesimo è Marcello Marchesi, il re degli umoristi. A casa mia venivano Guareschi, Flaiano, Longanesi. Sono cresciuto nel mondo dell’umorismo ed era assurdo che non avessi mai scritto un romanzo simile».

“Noblesse oblige. Una storia di miseria e nobiltà”.

«Ho scelto questi sottotitolo perché sono cresciuto con Totò e nel mito di Totò. Papà era il regista di Totò. I protagonisti sono un nobile squattrinato, il principe Ascanio della Saletta, che ricorda il Sordi giovane, un po’ marchese del grillo, e il suo maggiordomo Gegè, che è una specie di principe De Curtis finito a fare il maggiordomo. Siamo nel 1980 ed è un ritratto buffo di quel periodo».

Gli anni Ottanta ovvero il decennio delle vacanze di Natale, degli Yuppies, dei Vanzina insomma…

«Anche di “Sotto il vestito niente”. È un decennio che abbiamo guardato con una certa attenzione. Non l’ho detto io, ma oggi è difficile guardare l’Italia senza mettere in campo i nostri film. Ne viene fuori un’Italia divertente, ma anche caustica, raccontata sempre con affetto e mai moralistica. Abbiamo semplicemente raccontato gli italiani con le loro fragilità. Sa perché ho scritto questo libro?».

Dica.

«Per andare contro la deriva del serionismo. Oggi scrivono libri che, fatta eccezione per i capolavori, sono degli incubi. Io ho voluto dare al lettore il piacere di avere un libro sul comodino da riprendere in mano ogni sera e farlo addormentare con il sorriso. È un inno alla leggerezza. Tra papà, me e Carlo abbiamo fatto più di 300 film che sono una piccola colonna sonora di tante generazioni di italiani. La loro chiave di lettura, sia che fossero film bellissimi, belli, discreti o anche brutti, è che abbiamo raccontato sempre l’Italia con leggerezza. Che non vuole dire superficialità. Questo succede nella letteratura, nella pittura, nella musica, anche nel cinema...».

Come era Totò?

«Io ho conosciuto soprattutto il principe De Curtis. Elegantissimo, mai sboccato, sempre gentile, teneva alla forma e veniva mantenuto da Totò che lavorava per lui».

Suo padre Steno è tra i padri della commedia.

«Con “Guardie e ladri” ha inventato la commedia insieme a Mario Monicelli. Lo scrissero insieme a Flaiano e Brancati. Era la prima volta che si codificava la commedia: raccontare una storia drammatica, fare vedere le difficoltà della vita, ma sempre con leggerezza, con il lato comico. È sempre stata la chiave della grande commedia all’italiana, da “Il sorpasso” a “La grande guerra”, a “Una vita difficile”».

Steno ha diretto tutti i più grandi: che ricordo ha di loro?

«Il cinema di tanti anni fa era un gruppo di amici. Antonioni era amico di papà, Corbucci di Franco Rosi. Nel dopoguerra si sono tutti rimboccati le maniche per portare un po’ di allegria nel Paese. Ognuno di loro aveva un suo settore, ma tutti pensavano che il cinema si facesse allo stesso modo e si volevano bene. Non erano uomini erano speciali, ma persone normali. Mastroianni, Sordi non avevano di certo la guardia del corpo. Non erano tipi né da red carpet o da social».

Di chi è il merito della nascita della premiata ditta Vanzina?

«È stato molto naturale. Carlo era fissato con il cinema, a 18 anni era già stato aiuto regista di Monicelli nell’Armata Brancaleone. A me piaceva più scrivere. Ma anche Carlo era un grande sceneggiatore. E anche io se devo girare giro, me la cavo. C’è una frase che dice: un tempo c’era il ristorante Steno, Carlo ed Enrico Vanzina, oggi Steno non c’è più, e neanche Carlo, ma il menù è sempre lo stesso».

La Sardegna era spesso presente nei vostri film: Selvaggi, Piccolo grande amore, Un’estate al mare, Olè, Un ciclone in famiglia.

«Carlo l’ha frequentata di più, ma il primo a venire in Sardegna sono stato io. Erano i primi anni Sessanta, ero ancora al liceo. Venni con degli amici a pescare con un camioncino. Porto Rotondo neanche esisteva. Poi sono tornato con amici a Porto Cervo. Una volta siamo venuti in barca da Sanremo per una festa al Pedros di Liscia di Vacca. Ho visto nascere questa cosa meravigliosa, che sapeva di cinema: sembrava un set di Hollywood, un qualcosa di finto che diventava vero. Anche la prima vacanza con mia moglie l’ho fatta in Sardegna. Poi Carlo ha preso casa a Porto Rotondo, mentre io mi sono spostato su Capri. Sono molti anni che non torno in Costa Smeralda...».

La presentazione del libro ad Abbiadori sarà l’occasione per rivederla.

«È sempre difficile rivedere i posti dopo un sacco di anni. Oggi so che è diventata una cosa per straricchi internazionali, per gente che vive nel mondo dei social. Ci torno con un po’ di timore, ma con la consapevolezza che rimane il mare più bello di tutti».

Cos’altro è per lei la Sardegna?

«Un momento magico vissuto in viaggio verso Chia, Carloforte. In barca con noi per due giorni c’era Gigi Riva. Io che amo il calcio ero al settimo cielo. Ovunque ci fermavamo la gente impazziva».

Che ricordo ha di Gigi Riva?

«Era fantastico. Per me era come toccare Gary Cooper o John Wayne. Era un uomo gentile, educato, bellissimo. Ti trasmetteva l’idea di serietà e di integrità morale».

Tra tanti film che portano la vostra firma qual è quello del cuore?

«Quello in cui io e Carlo ci riconoscevamo di più è stato un film anche un po’ sfortunato, ma era quello che volevamo sempre fare. Parlo di “Il cielo in una stanza” che vide il debutto di Elio Germano, mentre l’altro protagonista era uno che oggi è uno dei registi più affermati, Gabriele Mainetti. Quel film è il giusto miscuglio di leggerezza, sentimento, romanticismo e osservazione della realtà».

E il film che non rifarebbe?

«Nessuno, li rifarei tutti. Anche “Banzai” che è oggettivamente il più brutto che abbiamo fatto. Ma Paolo Villaggio voleva andare in Giappone e lo abbiamo accontentato. Se però penso al vissuto del film, al viaggio con Paolo in Giappone e Thailandia non lo butterei di certo, ma anzi lo rifarei».

Chi è l’attore più vanziniano di tutti?

«Probabilmente Christian (De Sica, ndr), siamo cresciuti insieme. Quando abbiamo cominciato ai tempi di “Sapore di mare” e “Vacanze di Natale” non era così famoso. E poi Gigi Proietti, che io conoscevo dai tempi di “Febbre da cavallo”, che avevo scritto insieme a mio padre. Negli ultimi anni Gigi ha girato molti film con noi, compreso quel bellissimo pezzo al teatro di Porto Rotondo in “Un’estate al mare”, ed è nato un rapporto molto profondo».

Se “Noblesse oblige” dovesse diventare un film chi vede come protagonisti?

«Quando scrivo un libro non penso al film, altrimenti scriverei direttamente una sceneggiatura. Però fin dall’inizio quando ho ideato il personaggio di Gegè ho cercato di immaginarlo e ho pensato subito a Vincenzo Salemme. Sul Principe invece non saprei proprio, forse ci vorrebbe il Christian De Sica di quando aveva trenta anni». 

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