La Nuova Sardegna

L’intervista

Bombino a Cagliari: «Ascoltavo Tinariwen e Jimi Hendrix, scrivo le mie canzoni nel deserto»

di Paolo Ardovino
Bombino a Cagliari: «Ascoltavo Tinariwen e Jimi Hendrix, scrivo le mie canzoni nel deserto»

Il chitarrista tuareg in concerto per il Karel music expo

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Per Bombino la necessità della musica è connettere «le nostre storie, che sono uniche, e crearne di nuove». La sua musica sa di mondo. Quando attacca la chitarra all’amplificatore, è come immaginarsi come sarebbe stato Jimi Hendrix se fosse nato in Niger e fosse figlio della cultura nomade dei Tuareg.

Assoli elettrici e melodie cantilenanti, testi che si ripetono come mantra, una freschezza che gli permette di attraversare i palchi dei continenti e far ballare qualsiasi tipo di pubblico. Con l’ultimo album, “Sahel”, che da due anni porta in giro, Bombino è diventato anche politico, canta di lotte civili e identità da non perdere. Il chitarrista sarà protagonista a Cagliari sabato 6 settembre al Lazzaretto, in occasione della diciannovesima edizione del Karel music expo.

La sua combinazione di blues e sonorità africane è sempre sorprendente: come trova il giusto equilibrio tra queste due anime?

«Suono in maniera naturale, seguendo il mio istinto. Sono cresciuto con la musica dell'Africa e Touareg. Grandi musicisti come Abdallah Oumbadougou, Tinariwen e Ali Farka Touré. Ma amo anche Mark Knopfler e Jimi Hendrix. Poi ho passato molto tempo creando le mie idee e una voce musicale unica».

Cosa rappresenta per lei il deserto?

«Libertà. Libertà di essere sé stessi, di creare la propria musica, ed essere solo con i tuoi pensieri. È il mio posto preferito per scrivere e pensare. Penso le persone sentano questo senso di libertà, per questo chiamano la mia musica desert blues».

Ha collaborato con Jovanotti nella canzone "Si alza il vento".

«Aveva visto la copertina del mio album "Nomad" e pensò che l'immagine di me su una motocicletta con la mia chitarra fosse interessante. Poi ha apprezzato la musica e mi ha invitato a suonare in quel brano. Da lì abbiamo creato una grande amicizia e continuiamo a collaborare. Jovanotti è venuto in Niger e ha fatto un documentario su quell'esperienza. Sono molto contento della connessione creata insieme».

Com'è cambiata la cultura Tuareg nel mondo di oggi?

«Preservare la nostra lingua è una lotta. Credo che ogni anno cessino di essere parlate nove lingue, e il Tamasheq può diventare una delle prossime se non continuiamo a trasmetterla. È anche facile condividere la nostra cultura con la tecnologia, penso. Le mie canzoni può essere facilmente ascoltata in digitale, è un vantaggio della modernità».

Qual è la sua necessità della sua musica?

«La musica permette di condividere la tua storia, che è unica, e creare qualcosa di nuovo. Il mondo è un luogo sempre più ricco quando abbiamo più artisti e più voci musicali. E in questo senso, la musica può costruire unità e ci aiuta a sentire un senso di connessione».

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