Eva Robin's: «Il nome nato a Porto Cervo, alla Sardegna devo la mia celebrità. La trasgressione oggi? Stare in casa e guardare la tv»
L'attrice icona queer si racconta: il collegio, la televisione con Ricci e Boncompagni, il teatro, il ritorno al cinema
Quando si parla di trasgressione e libertà il suo nome è tra i primi a venire in mente, anche perché l’Italia in cui Eva Robin’s, all’anagrafe Roberto Coatti, si è affermata non era certo quella di oggi. Anche se per certi versi, tra gli anni Settanta e Ottanta, in Italia si osava di più. Ed Eva Robin’s, icona del transgender quando era sinonimo di scandalo, ha conquistato il suo spazio dalla tv al cinema, fino al teatro, dove ha ottenuto le maggiori soddisfazioni.
Eva, lei cosa voleva fare da grande?
«Quando ero bimbo sognavo di recitare. Ero in un collegio in cui facevano esplorare tutti i linguaggi espressivi, dal canto alla danza, e io inconsciamente - o forse consciamente - mi sono indirizzata verso quella direzione che poi avrei preso. Una volta mancavano le bambine per il coro al Teatro comunale di Bologna, io ero una voce bianca, mi presero e a 8 anni mi infilarono la mia prima parrucca».
Quando ha capito che Roberto era diverso rispetto a quella che ai tempi - oggi per fortuna non più - era considerata la normalità?
«Non mi sentivo aggregante con gli altri bambini. Appena potevo scappavo dal collegio e facevo lunghe passeggiate con il cane dei preti. Sono stata anche in un collegio di suore domenicane in cui avevo trovato il modo di entrare nella soffitta dove c’erano accatastate scenografie, giochi, bandiere. Era il mio mondo perduto, o forse ritrovato. Amavo fuggire in questo mondo di fantasia».
Com’era la Bologna della sua gioventù?
«Sempre bellissima. Allora la vivevo molto di più, forse era meno pericolosa. O forse non c’era la tv che raccontava in maniera accanita fatti di cronaca. Ai tempi eravamo più impavidi».
Il suo primo incontro professionale con Amanda Lear.
«Le giocai lo scherzetto non dicendole che non ero una donna biologica. Lo scoprì quando ormai ero stata scritturata. Eravamo dentro una caserma in cui avremmo dovuto fare lo spettacolo, si avvicinò e mi fece: “sai che dicono certe cose su di te”. E io: “anche su di te”».
Ha sempre detto che la Sardegna ha avuto un ruolo importantissimo nella sua carriera.
«È stata fondamentale. Erano i primi Ottanta e ricordo questa signora bolognese che cercò di dissuadermi, dicendomi che probabilmente a Porto Rotondo, non avendo una classe sociale elevata, mi sarei sentita esclusa. Invece, lì conobbi il fotografo Roberto Granata che mi fece i primi scatti proprio sul molo. Due polpi si avvinghiarono alle mie caviglie e lui, da buon siciliano, mi disse: “è segno di grandissima fortuna”. E infatti quel servizio finì sulla copertina di Photo sia in Italia che in Francia».
E sempre in Sardegna Eva diventò Eva Robin’s.
«A Porto Rotondo avevo conosciuto una signora che mi portò con lei a Porto Cervo. Andavamo da una festa all’altra, c’era chiunque: i Bulgari, Marina Cicogna e Florinda Bolkan, Bianca Jagger, Marta Marzotto. Dovevamo entrare a casa dell’Aga Khan, quando questa donna si rese conto che non avevo un cognome. Vide un libro di Harold Robbins su un tavolino e mi presentò: “Eva Robbins”. Da allora sono Eva Robin’s, una b e genitivo sassone: l’usignolo di Eva».
Dario Argento la volle in “Tenebre”. Com’è il maestro dell’horror?
«Un uomo pieno di paure, di idiosincrasie, sempre tremante. Era lui che mi affliggeva le coltellate nel film e mi uccideva».
Anche Antonio Ricci la chiamò in tv per “Lupo solitario”.
«Feci un provino in cui interpretavo una critica letteraria sui testi di Omar Calabrese. A un certo punto mi si bloccarono le corde vocali e pensai di avere perso la mia occasione. Invece, mi prese. Lavorare con Ricci è stata una palestra, anche se ci censurarono e ci bloccarono, per rinascere come “L’araba fenice”».
Berlusconi veniva in studio?
«Mai incontrato, lo vidi solo una volta da lontano, ma non mi avvicinai».
A Italia 1 tornò anche come “Primadonna” diretta da Gianni Boncompagni. Tante polemiche e poco successo.
«C’erano anche Antonello Piroso e Claudia Gerini, ma la responsabilità del flop cadde tutta su di me. Boncompagni si disamorò del progetto, mi sentii abbandonata».
Il primo o la prima a credere in lei come attrice?
«Andrea Adriatico è stato il mio pigmalione. Mi salvò dal flop di “Primadonna” e mi fece fare “La voce umana” al festival di Sant’Arcangelo che aveva ideato come un rave party. Ogni sera si faceva in un posto diverso. Nella tappa all’aeroporto mi vide Alessandro Benvenuti e mi volle per “Belle al bar”».
In “Il bello delle donne” recita circondata dalle più grandi attrici italiane: la più star?
«La più straordinaria di tutte era Virna Lisi. Ma poi c’erano le magnifiche Stefania Sandrelli e Lunetta Savino. E la mia adorata Giuliana De Sio».
Ora è tornata al cinema con “Il rapimento di Arabella”. Cosa l’ha convinta?
«È un film ben confezionato, ha un taglio alla Jim Jarmusch. Mi ha convinto la regista, Carolina Cavalli, che aveva scelto Rossy De Palma, ma ha dovuto ripiegare su di me perché non si faceva più trovare. A suggerirle il mio nome è stata la mia vicina di casa Daniela Tartari, che cura le acconciature nei film: ha vinto anche due David».
I suoi progetti?
«A marzo riprendo “Le serve” a teatro. A Roma sarò protagonista di una installazione, “Il giardino di Eva”, poi andrò a Parigi con “Lettere a Yves Saint Laurent” e infine in tv nella serie “Cagnaz” diretta da Alessandro Roja, dove sarò la confidente del commissario Guido Caprino».
Un rimpianto?
«Non avere potuto fare uno spettacolo con Valter Malosti».
Un rimorso?
«Avere preso casa senza posto macchina».
Il più grande incontro?
«Le donne della mia vita che mi hanno aiutata a crescere impedendomi che entrasse in me quel germe distruttivo, che invece nella relazioni con gli uomini ha fatto capolino».
L’incontro più folle?
«Con Pedro Almodovar e Francesca Neri a Roma. Fu una serata onirica, da sogno».
Oggi cos’è la trasgressione?
«Stare in casa, guardare la tv, non bere, non fumare, non prendere droghe».
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