La Nuova Sardegna

L'intervista

Enrico Montesano: «Il cinema è come un'amante, il vero amore è il teatro. Errori? Rinunciare alla televisione e fare politica»

di Alessandro Pirina
Enrico Montesano: «Il cinema è come un'amante, il vero amore è il teatro. Errori? Rinunciare alla televisione e fare politica»

L'attore romano si racconta: i musicarelli, la grande commedia, Fantastico, l'esperienza a Bruxelles, l'amore per la Sardegna

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Campione di incassi a teatro, re del botteghino al cinema, record di ascolti in tv. Agli artisti capita ogni tanto, nella loro carriera, di tagliare uno di questi traguardi. Enrico Montesano li ha tagliati tutti e tre, e anche più di una volta. E se magari i successi al cinema e in tv sono legati a un’era più lontana, a teatro, con il suo show “Ottanta voglia di stare con voi” con cui celebra il traguardo degli 80 anni, è un continuo sold out.

Montesano, cosa voleva fare da grande?
«Da piccolo? Nun me lo ricordo.... il dottore, il pompiere, il prete... uno di questi».

Figlio e nipote d’arte, la sua strada era segnata?
«Io non lo sapevo quando ero piccolo, ho scoperto più avanti che mio nonno andava in giro a fare le operette. Fino a che è stata viva mia madre ne ero all’oscuro, poi quando mia nonna mi ha preso in casa sua ho iniziato a capire qualcosa».

Il suo primo palcoscenico?
«In collegio, la recita per i familiari: il mio primo vero debutto».

Ha iniziato come imitatore: i suoi cavalli di battaglia?
«Totò, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Tina Pica. E Alberto Sordi, Nino Manfredi, Paolo Panelli, Sandro Paternostro, Ruggero Orlando, Corrado, Adriano Celentano...».

Con molti di loro si troverà poi a condividere il palco...
«Vero, mi piace soprattutto ricordare il mio grande maestro, Alighiero Noschese, il principe degli imitatori. Straordinario».

Ha mai incrociato Totò?
«Mai avuto questo piacere purtroppo (con la voce del principe De Curtis, ndr)».

Come arrivò in tv?
«Facevo il Puff, teatrino di Trastevere di Lando Fiorini, e mi segnalarono a Castellano e Pipolo per lo show della domenica pomeriggio. Fummo convocati a Milano io, Pino Caruso e Gabriella Ferri, anche se poi Gabriella non venne. Io e Pino ci trovammo a fare “Che domenica amici”. Fu un successo clamoroso. Andavamo in onda prima di Novantesimo minuto. Ai tempi quella era la Domenica in, ma forse era meglio, perché il contenitore ha svilito il varietà».

Altro grande successo “Dove sta Zazà?” con Gabriella Ferri.
«Gabriella era straordinaria, temperamento fortissimo, grandi intuizioni artistiche. Ha saputo reinterpretare un vecchio brano come “Dove sta Zazà?” e trasformarlo in successo mondiale. Con lei ho iniziato al Bagaglino, in una cantina in vicolo della Campanella».

A chi deve la svolta cinematografica?
«A 19 anni mi prendevano per i musicarelli con Caterina Caselli, Al Bano e Romina, Rocky Roberts, Lola Falana. Li facevamo tutti...».

Nel 1974 “Febbre da cavallo”: il personaggio di Er Pomata è ormai storia del cinema.

«È diventato un film culto. Deve però il suo successo al fatto che le nascenti tv private non sapevamo cosa trasmettere e mandavano in onda appunto questo film. Che faceva ascolti, si sparse la voce e cominciarono a trasmetterlo anche due o tre volte alla settimana, finché non è arrivato alle tv nazionali».

Qual era il rapporto di voi giovani di allora con i grandi della commedia?
«Erano il nostro principale stimolo, ma anche l’ostacolo. Sopra di noi c’era il grande cinema del dopoguerra, che dal neorealismo era passato alla commedia grazie ai più grandi sceneggiatori che oggi nessuno ricorda. Perché dietro i grandi Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Volonté c’erano Pirro, Petri, Scola, Steno, Cecchi D’Amico, Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi. Erano sceneggiatori e scrittori con le palle quadrate. Per chi è venuto dopo di questi erano cavoli amari...».

Anche lei però è diventato un re della commedia.
«Abbiamo cercato di fare del nostro meglio. Partendo dai musicarelli abbiamo attirato l’attenzione di sceneggiatori come Benvenuti e De Bernardi, Steno, Wertmuller e qualcosa di buono è stato fatto. La critica era molto severa. Oggi i film di cassetta sono dei cult, ma allora venivano massacrati. Penso a “Il paramedico” o a “Sotto sotto...” di Lina Wertmuller, dove avevo come partner Veronica Lario».

Che ricordo ne ha?
«Donna squisita, non si vedeva né si sentiva».

Il suo film a cui è più legato?
«“Aragosta a colazione”. Tullio Kezich su Repubblica mi paragonò a Buster Keaton e per me fu come vincere 10 David».

Perché il suo rapporto con il cinema si è incrinato?
«Il cinema è come un’amante: sta con te fino a che puoi darle qualcosa, poi ti molla. La tv è come una moglie, il vero amore è il teatro».

In tv spopolò: il suo Fantastico detiene ancora il record di ascolti e biglietti venduti.
«Avrei dovuto fare anche quello dell’anno dopo, sbagliai a non accettare, ma per noi del cinema fare tv era una deminutio. In tv si andava ospiti, ma forse con il senno di poi sarei potuto diventare un nuovo Corrado».

Lo rifece nove anni dopo, ma si dimise dopo 5 puntate.
«Ha presente tre fulmini che cadono nello stesso punto e nello stesso momento? Sono stato lo sfigato parafulmine di politiche negative, strutturali, di palinsesto, inimicizie interne ed esterne, la rincorsa alla tv privata. Non c’è mancato niente, da lì cominciò il declino della tv generalista».

Perché il teatro resiste?
«È la forma di espressione più autentica, più diretta, più viva, più vivace, più genuina».

Un rimpianto?
«Il no a Fantastico e a proseguire “Pazza famiglia”».

Un sì di troppo?
«Qualche film senza ispirazione. E mai più l’esperienza politica: errore della maturità».

Non salva nulla di Bruxelles?
«La campagna elettorale per la gente che ho incontrato. Per il resto è stato deludente. Non era quello che pensavo, lì capii che gli eletti del popolo non contano nulla. Me ne sono scappato rinunciando agli indennizzi».

Montesano e la Sardegna.
«Sono un amante dell’isola. Sono stato spesso a Santa Teresa, Alghero, ho amici, qualcuno è entrato in famiglia. Ma vorrei portare più teatro. Penso a Cagliari, Sassari, a quel meraviglioso teatro che c’è ad Alghero».

Tra un bel film e uno show tv cosa sceglierebbe?
«Lo show, ormai è la tv che ci governa. È il più grande mezzo di persuasione. Se non ti vedono in tv pensano che non esisti, che sei morto, invece molto spesso la vita e la creatività sono altrove».
 

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