La Nuova Sardegna

L'intervista

Pino Quartullo: «Mi presentai alla notte degli Oscar con una Panda celeste. Dissi no a Ozpetek e lui non mi ha più chiamato»

di Alessandro Pirina
Pino Quartullo: «Mi presentai alla notte degli Oscar con una Panda celeste. Dissi no a Ozpetek e lui non mi ha più chiamato»

L'attore e regista si racconta: la scuola con Proietti, gli incontri con Vitti, Sordi e Gassman, lo spettacolo con i figli di Morandi

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Una settimana fa era in Sardegna in tournée con Maria Grazia Cucinotta. A marzo torna con un’altra sua pièce, questa volta da regista, “Benvenuti a casa Morandi”, con protagonisti Marianna e Marco, i figli del Gianni nazionale, che sotto le insegne del Cedac sarà il 12 marzo a Macomer, il 13 a Oristano, il 14 a Meana Sardo e il 16 a Sanluri. E sempre a marzo uscirà al cinema il nuovo film di Pupi Avati “Nel tepore del ballo”, accanto a Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Raoul Bova e Giuliana De Sio. Pino Quartullo è così: dal teatro al cinema, dal ruolo di attore a quello di regista, andata e ritorno. Così, e non da oggi.

Quartullo, lei da bambino cosa sognava di fare?
«L’attore, mai avuto altri sogni. All’asilo scomparivo e mi trovavano sul palco del teatrino delle suore. Era un’ossessione».

Però poi si è iscritto in Architettura.
«Sì, ma già al liceo a Civitavecchia avevo iniziato a recitare. Poi quando decisi di fare l’Accademia avevo 22 anni ed ero troppo grande per il corso di attore. Mi presero per fare regia. Avevo Andrea Camilleri come insegnante: lì scoprii che dirigere mi piaceva anche più di recitare».

Ma fu scelto anche da Gigi Proietti nella sua Scuola.
«Facevo in parallelo sia l’Accademia, mattina e pomeriggio, che la Scuola, sera. Ero veramente contento, questo lavoro non mi stanca mai. E alla fine mi sono preso tre lauree: architettura, regia e recitazione».

Cosa è stato per lei Proietti?
«I grandi registi ti aprono il cervello, i grandi attori ti insegnano proprio l’artigianato dell’attore. Gigi è stato importantissimo per me. Mi ha portato nelle sue trasmissioni, sono stato protagonista di tre suoi spettacoli a teatro. Ed è stato il mio testimone di nozze. E soprattutto un amico».

Anche Monica Vitti è stata un incontro fondamentale.
«Venne in Accademia per scegliere una classe per uno spettacolo. Io, che già studiavo anche da Proietti, convinsi i miei compagni a fare uno sketch comico. E così, mentre tutti gli altri fecero gli impegnati, noi la buttammo sul leggero e lei scelse la nostra classe. È stata lei a darmi l’opportunità di fare il corto con cui fui nominato agli Oscar».

“Exit”, da lei diretto e interpretato con Stefano Reali, nomination agli Oscar del 1987.
«Per avere la candidatura dovevi avere vinto un festival internazionale e avere proiettato il corto per tre giorni in un cinema in America. Ne trovammo uno, bellissimo, a Beverly Hills. Il titolare era innamorato dell’Italia. Tempo dopo uscì un articolo sul Corriere che raccontava di questo corto che da sei mesi veniva proiettato a Los Angeles e che Steven Spielberg lo aveva mostrato ai suoi allievi della Ucl».

E la nomination?
«A casa mia a Civitavecchia arrivò prima una lettera con un pupazzetto d’oro in cui diceva che eravamo tra i primi 20, poi un’altra tra i primi 10 e infine una terza che ci diceva che eravamo tra i tre selezionati. C’era anche un adesivo da attaccare alla limousine che ci avrebbe portato alla notte degli Oscar. Ma noi non potevamo permettercela e abbiamo noleggiato una Panda celeste. A vincere però fu un corto commissionato dall’Academy».

Da attore primo set con Alberto Sordi in “Il marchese del grillo” di Mario Monicelli.
«Eravamo al Quirinale. Io ero un soldato. Si avvicina Sordi: “che stai a fa’ qua?”. Io balbettai: “sto in divisa...”. E lui: “che stai a fa’ qua?”. In realtà, lui stava provando la parte».

E Monicelli?
«Quello che mi sorprese di lui - come anche di Dino Risi o Gigi Magni - è che non diceva niente agli attori, non dava indicazioni. Lì ho capito che l’attore deve arrivare sul set con le idee chiare. A teatro mesi di prove, al cinema non c’è tempo, si deve girare».

Da regista, invece, primo set “Quando eravamo repressi” con Vittorio Gassman.
«Lui era stato il produttore dello spettacolo a teatro, assisteva alle prove senza mai interferire. Si divertiva. Creai il personaggio del sessuologo apposta per lui. E lui su due pagine a quadretti si scrisse tutto il suo ruolo. Un gigante, ha dato un tocco fantastico al mio primo film».

Perché dopo 4 film ha smesso di dirigere al cinema?
«Perché l’ultimo, “Le faremo tanto male”, fu un supplizio. Fare un film è una crociata che non sempre ti ripaga dei soldi e dell’impegno. E poi vendo fatto quattro film di fila, decisi di prendermi qualche anno sabbatico per ripartire con il teatro. Quando ho cercato di fare un nuovo film non ho spinto più di tanto, ma questa estate finalmente ritorno alla regia, farò il mio nuovo film scritto da me».

Come convinse Stefania Sandrelli a debuttare a teatro?
«Seguii il consiglio di Bernardo Bertolucci. “Quando decisi di fare Ultimo tango volevo puntare al massimo e cercai Marlon Brando: mi è andata bene”. Ecco, quando faccio un film o uno spettacolo anche io punto sempre al massimo. E con Stefania mi è andata bene».

Una settimana fa era in Sardegna con la Cucinotta.
«“La moglie fantasma” è una commedia che ho scovato io. E la cosa assurda è che Maria Grazia è nata lo stesso giorno, mese e anno di mia moglie. In questo periodo, insomma, ho una moglie vera e una fantasma».

E a marzo ritornerà con Marianna e Marco Morandi.
«Con Marianna avevo lavorato nel 1993. Poi si è sposata, è diventata mamma e ha messo di fare l’attrice. Ha deciso di riprendere con me. Questo spettacolo racconta la loro vita vera, è un divertente biopic familiare. E loro sono bravi, hanno sfatato il pregiudizio che si ha verso i figli d’arte. E io me ne intendo visto che ho fatto debuttare Alessandro Gassmann, Lucrezia Lante della Rovere, le figlie di Celentano».

Anche Emma, figlia sua e di Elena Sofia Ricci, fa l’attrice. Che consigli le dà?
«È lei che dà consigli a me. Insieme ad altri due giovani attori ha creato un progetto, “Bei ricordi”, che è diventato punto di riferimento della generazione under 30. A lei non piace il teatro che facciamo io e la madre, sta cercando un’altra strada».

Ma lei ha qualche rimpianto nella sua carriera?
«Come no? Dissi no a Ferzan Ozpetek per “Il bagno turco”. Lui era il mio aiuto regista, il film non mi convinceva. Gli suggerii di prendere Gassmann. Poi mi sono pentito. Anche perché Ferzan me l’ha giurata e non mi ha più voluto come attore».
 

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