La Nuova Sardegna

L'intervista

Simona Marchini: «Don Lurio mi ha portata in tv, con Arbore il grande successo, poi la Rai della Moratti mi ha epurata»

di Alessandro Pirina
Simona Marchini: «Don Lurio mi ha portata in tv, con Arbore il grande successo, poi la Rai della Moratti mi ha epurata»

L'attrice romana si racconta: il padre partigiano, gli esordi in tv, l'amicizia con Gigi Proietti, l'amore per la Sardegna

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La passione per il palcoscenico è nata insieme a lei. Da sempre Simona Marchini, signora della tv e del teatro, ha sognato tutto ciò che riguardava la recitazione, l’arte, la cultura. Poi, è vero, quei sogni si sono realizzati più avanti, grazie soprattutto all’incontro magico con Renzo Arbore che l’ha trasformata in uno dei personaggi televisivi più amati del decennio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, ma quella sete di conoscenza era insita in lei da quando era in fasce.

Signora Marchini, cosa voleva fare da grande?
«La ballerina classica».

È vero che la sua prima volta su un palcoscenico fu a 4 anni?
«Mio padre (Alvaro Marchini, partigiano e imprenditore romano, poi anche presidente della Roma, ndr) era un grande appassionato di teatro e di musica. Come era nello spirito di allora di una certa sinistra illuminata, voleva che la cultura fosse accessibile a tutti. Per questo realizzò anche un piccolo teatro a Montevecchio. In alcuni spettacoli recitò anche lui. Io ero una bambina “bellica”, sempre con i genitori: molto stimolata, mio padre mi insegnava le poesie di Trilussa. Fatto sta che doveva essere messo in scena uno spettacolo, erano un po’ in ritardo e il pubblico rumoreggiava. Allora mio padre mi buttò sul palco: “dì le poesie di Trilussa”...».

E lei?
«Io recitai tranquilla e salvai l’umore della serata. Da quel momento diventai famosa nel quartiere. Mi fermavano: “sei la bambina di Trilussa”. E io recitavo imperturbabile».

Che padre era Alvaro Marchini?
«Era un entusiasta soprattutto. Lui e il fratello avevano vissuto da partigiani tutti i disagi della guerra. Aveva un senso di appartenenza forte alla Resistenza e a tutto quello che era stata. Loro erano stati protagonisti di quel momento storico e questo non finì mai, durò per tutta la vita, pagando spesso anche il prezzo di questa posizione».

Suo padre disse no a Elio Petri che, a 16 anni, la voleva in un suo film.
«Alle spalle avevo una famiglia molto seria, rigorosa. Il cinema sembrava una cosa molto pericolosa per una ragazzina, anche perché avrei trascurato gli studi. Elio Petri era una persona deliziosa e chiese il permesso a mio padre. Lui rimase molto perplesso e così questa cosa, che io seppi con molto ritardo, non si realizzò. Con mio grande dispiacere. Per quanto mio padre fosse un uomo aperto, la famiglia era un’altra storia».

Lei come la prese?
«Quando lo venni a sapere rimasi molto delusa, perché dentro di me avevo questo desiderio di esibirmi. Sognavo di fare la soprano, ero innamorata della Callas. Avevo queste tendenze spiccate, ma al tempo stesso ero seria, studiosa. A casa mia frequentavo artisti, scrittori, poeti, pittori. Guttuso mi prendeva sulle ginocchia. Passarono secoli prima di esibirmi».

Questo solo nel 1980, per di più in televisione.
«Ero una ragazzina rigorosa, molto esigente anche con me stessa. Era la forma di impostazione familiare di una certa sinistra, in cui la cultura era l’evoluzione, la crescita, la coscienza, anche politica. Poi la mia vita è andata da tutt’altra parte. Mi sono sposata con un amico di infanzia, è nata mia figlia, mi sono separata e sono cominciate tante difficoltà di natura privata. Quando sposai Cordova (Ciccio, storico capitano della Roma, ndr) ero piena di entusiasmo, invece iniziarono una serie di problemi imprevedibili. Allora non si faceva ricerca sulla trombofilia: arrivavo al quinto mese e perdevo il bambino. Un giorno, dopo uno di questi drammi, una mia amica mi trascinò a Cortina e lì conobbi Don Lurio, straordinario, generoso, che mi sentì parlare dei miei due matrimoni e iniziò a coccolarmi, mi portava anche a pattinare. E poi un giorno chiamò Romolo Siena che cercava una comica inedita per uno show Rai. Fu lo stesso Don Lurio ad accompagnarmi al provino che cambiò la mia vita. Mi vollero subito incontrare e in modo del tutto imprevisto nacque questo miracolo».

Poi arriva Arbore con “Quelli della notte”, una delle più belle pagine televisive di sempre.
«Fu una cosa geniale, lo sappiamo tutti. Era una meraviglia anche per noi. Non facevamo neanche una prova. La sera prima ci veniva comunicato l’argomento, tipo: moglie e buoi dei paesi tuoi. E lì partiva tutto questo miracolo. Ho avuto una fortuna straordinaria, ma anche un coraggio notevole a buttarmi in questa avventura».

A un certo punto diventa la regina del mezzogiorno Rai dopo la Carrà e la Bonaccorti.
«Ne ho un ricordo bellissimo. Io ho lavorato per istinto, mi veniva naturale. Non ho mai fatto una scuola di recitazione. Una sera a teatro mi trovai seduta vicina a Pupella Maggio: “io t’aggio sempre guardato a te”. Per poco non cado dalla sedia».

Con “Piacere Raiuno” sbarca anche a Sassari e Cagliari. Il suo legame con la Sardegna?
«L’ho sempre amata. Dai tempi di Cordova frequentavo Porto Rotondo, ma ci piaceva spostarci all’interno, a vedere i nuraghi. Ricordo vacanze meravigliose. È un amore rimasto intatto».

Perché a un certo punto ha smesso con la tv?
«Fu una scelta della presidente della Rai di allora, Letizia Moratti, che fece un favore alla figlia di Craxi. È una storia sgradevole, triste. Stefania Craxi produceva uno show di Canale 5 con Enrica Bonaccorti, mia amica fraterna, in cui avevo un piccolo ruolo. Show che fallì dalla prima puntata. C’era un gran trambusto e volevo essere ricevuta dalla signora Craxi. Alla fine la mia agente si accordò sulla cifra, io comunque insistetti perché volevo salutarla. Lei si negò e mi uscì una frase che forse la indispettì: buon sangue non mente. La storia finì lì ma io non lavorai più in tv. In Rai arrivò la Moratti e fui tra gli epurati. Da allora solo ospitate».

Nel frattempo tanto teatro.
«Ho avuto esperienze meravigliose. Uno dei culmini la regia che mi regalò Gigi Proietti, una amicizia che è durata finché ha vissuto. Ci sentivamo tutti i giorni, e quante risate...».

E poi c’è la galleria d’arte.
«Ho riaperto la galleria che mio padre aveva creato vicino a piazza del Popolo. È diventata un punto di riferimento per artisti, poeti, scrittori. Anche questo è stato un atto di coraggio: fare rivivere mio padre in qualcosa che lui aveva molto amato».
 

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