Il ritratto della generazione Z, nel racconto del regista Massimo Selis: «I giovani hanno voglia di porsi domande»
Undici giovani protagonisti del documentario “E se ora, lontano”
Undici giovani. Sono nati tra il 1999 e 2005, vengono da diverse parti d’Italia, e si danno appuntamento in un’antica pieve, oggi sconsacrata e divenuta residenza privata, fra le colline umbre sopra il lago Trasimeno. Lì passano dieci giorni, lavorano, dialogano, riflettono sui grandi temi della vita e un mondo in crisi. Ne viene fuori un ritratto della generazione Z lontano dagli stereotipi, dall’immagine di ragazzi solo attaccati al cellulare. Giovani che invece hanno qualcosa da dire e vogliono far sentire la loro voce, poco ascoltata.
Una voce che il film “E se ora, lontano” di Massimo Selis cerca di restituire e portare al pubblico. Un documentario, con elementi di finzione, che il regista olbiese sta accompagnando in un tour nelle sale iniziato a marzo. Le prossime proiezioni in Sardegna saranno alla Fabbrica del cinema di Carbonia, il 2 maggio (in sala l’autore) e la sera seguente.
Selis, il sottotitolo del film è “Un’altra voce esiste”. A chi ha profonda sfiducia nei giovani d’oggi possiamo dire che esiste davvero?
«La risposta la dà il pubblico che stiamo incontrando in sala, entusiasta oltre le nostre aspettative. Forse la voce di questi giovani non è così rara, ma non riusciamo a scoprirla perché non li mettiamo nelle condizioni di poter tirar fuori tutto quello che hanno da dire e da dare».
I giovani spettatori che incontra nelle presentazioni si riconoscono in quelli raccontati?
«Sì, non per forza in tutte le idee espresse dai ragazzi nell’arco del film che sono tante e su diversi argomenti, ma si ritrovano in un certo modo di confrontarsi, nella voglia di porsi domande e di suggerire delle risposte. Ricordo che dopo una proiezione a Sassari una ragazza ha preso la parola e ha detto: siamo proprio così, ma facciamo fatica a farlo vedere agli adulti che ci immaginano in un altro modo».
Lei ha 50 anni. Se torna con la mente a quando aveva l’età dei protagonisti del film che differenze vede con loro?
«Diversi adulti ci hanno detto che il film li ha riportati alla giovinezza. C’è qualcosa di eterno, non è che la mia generazione o quella prima fossero diverse. A cambiare è il contesto. A vent’anni noi vivevamo in un tempo che ci appariva più stabile, i ragazzi di oggi che si interrogano sulla vita e su come affrontarla lo fanno in una situazione in cui avvertono di stare in un mondo profondamente in crisi. E non basta più una critica ideologica alla società, quindi dove mi posiziono in base a come la penso, ma è necessaria una critica filosofica».
Ma l’idea di “E se ora, lontano” quando nasce?
«Parte dal lockdown del 2020. Io e mia moglie (Belinda Bruni, ndc), produttrice e co-sceneggiatrice del film, abbiamo due figlie. Parlando con loro di quel momento così particolare venivano fuori delle riflessioni interessanti, poi abbiamo sentito altri genitori e insegnanti, rendendoci sempre più conto che tra i giovani c’era uno sguardo diverso, non banale, sul mondo. Una voce che poteva diventare un film».
E avete pensato a struttura filmica che prende ispirazione dal “Decameron” di Boccaccio.
«Sì, la cornice è simile. Nell’opera di Boccaccio dei giovani fiorentini si ritirano in un casale sulle colline per dieci giorni e si raccontano delle novelle, quasi a ricreare il mondo allora dilaniato dalla peste. I ragazzi che abbiamo scelto, dopo quasi un anno di casting, parlano invece di loro e dialogando ricreano questo nostro mondo attraversato da molte crisi».
Un’opera ibrida che mescola l’osservazione documentaristica con la finzione. Quanto c’è di scritto nel film?
«La struttura in generale, delle linee narrative, ma nessun dialogo. Quello che dicono è tutta farina del sacco dei ragazzi, l’idea guida è stata restituire in modo autentico la loro voce fresca e profonda. Dal punto di vista stilistico abbiamo puntato su due sguardi diversi: uno più d’osservazione, con la macchina da presa digitale che scruta fissa la vita a una certa distanza e senza tagli di montaggio, e uno più interno alle scene e dinamico, con riprese realizzate con l’iPhone come se fossero i ragazzi stessi a filmarsi».
