La Nuova Sardegna

L’intervista

Serena Dandini: «Da Nilde Iotti a Mina, le 21 deputate costituenti e le altri madri della Patria»

di Alessandro Pirina
Serena Dandini: «Da Nilde Iotti a Mina, le 21 deputate costituenti e le altri madri della Patria»

L’autrice e conduttrice televisiva ha scritto il libro “Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica”

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Da ottant’anni sentiamo parlare di Padri costituenti. Meritatamente. Ma altrettanto meritatamente dobbiamo parlare anche di quelle che sono state le nostre Madri costituenti, ovvero quelle, poche ma determinanti, donne che hanno contribuito alla scrittura della Carta. Un apporto fondamentale, il loro, che finalmente ha ottenuto il giusto riconoscimento in un libro, “Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica”, che Serena Dandini ha scritto per Einaudi. Un volume - necessarissimo - di 216 pagine in cui la scrittrice, che da conduttrice e autrice ha scritto alcune tra le più belle pagine della tv degli ultimi (quasi) quarant’anni, ripercorre quelle figure femminili che in questi ottant’anni di Repubblica sono state trascurate, dimenticate, accantonate.

Dandini, per 80 anni abbiamo sentito parlare di Padri costituenti, lei ci rammenta che ci sono state anche delle Madri costituenti. Possibile ci sia voluto così tanto per ricordarle?

«Nella storia dell’umanità in tutti i campi le donne sono state fondamentali ma spesso sono state ridotte all’invisibilità. Nei monumenti equestri, nelle strade, nelle piazze i loro nomi non compaiono quasi mai. Mi sembrava necessario ricordale. Non solo le deputate costituenti, ma tutte quelle donne che hanno aperto la strada dell’emancipazione, alle quali dobbiamo le libertà di cui oggi, uomini e donne, godiamo. Parliamo di vite avvincenti, storie difficili, donne che hanno lottato, che sono finite al confino o nei campi di concentramento, che hanno combattuto anche contro i pregiudizi, gli stereotipi che impedivano loro di portare avanti le battaglie per i diritti. Se ce l’hanno fatta loro...».

Le ventuno deputate costituenti erano democristiane, socialiste, comuniste: cosa le accomunava?

«Andando a leggere tutti gli interventi parlamentari è incredibile come loro - appunto democristiane, socialiste, comuniste, una del Fronte dell’Uomo qualunque - ammettessero come nelle loro battaglie abbia prevalso lo spirito comunitario. Quel senso del “noi” che portava a legiferare non solo per chi le aveva votate ma per tutti i cittadini e le cittadine italiane. Le donne sono riuscite a fare rete su tante leggi. La bellissima legge sulle madri lavoratrici porta la firma di Teresa Noce, comunista, e Maria Federici, democristiana. Fu un grande esempio di sinergia».

Senza il loro apporto sarebbe stata una Carta costituzionale diversa?

«Sebbene fossero solo 21 su 556 hanno combattuto con le unghie e con i denti per inserire nella Costituzione alcune paroline fondamentali. Pensiamo all’articolo 3, dove furono aggiunte quelle due parole che, a prima vista, possono sembrare inutili: “senza distinzione di sesso”. Ebbene, grazie a quell’inciso voluto fortemente dalle donne costituenti, è stato possibile, appellandosi alla Corte costituzionale, abrogare leggi odiose come quella che impediva alle donne di diventare magistrate. O ancora pensiamo alle parole sui cui si batté fortemente Nilde Iotti, allora 26enne: “parità morale e giuridica dei coniugi”. Appellandosi a questa parità è stato possibile cancellare leggi che prevedevano lo ius corrigendi, il delitto d’onore e a costruire un nuovo diritto di famiglia».

Per il titolo ha scelto un canto delle mondine di fine Ottocento, “Sebbene che siamo donne, paura non abbiamo”, che descrive un contesto completamente lontano dal nostro: le nuove generazioni danno per scontate tante conquiste.

«Questa è una delle mission del libro: raccontare alle nuove generazioni che i diritti non sono piovuti dal cielo, che non sono acquisiti per sempre e vanno difesi, come dice Simone de Beauvoir. Basta un attimo e ti vengono tolti. Dobbiamo essere sempre vigili».

Nel ricostruire le storie di queste donne chi o cosa l’ha colpita maggiormente?

«Sono storie avvincenti, ricche di colpi di scena, anche dal punto di vista personale, della vita privata. Donne che hanno fatto fatica a studiare durante il fascismo, anche perché nel ventennio erano disincentivate allo studio, per le donne le tasse erano raddoppiate. Donne caparbie, testarde, come Teresa Noce o Adele Bei, che hanno studiato al confino o in carcere. C’è poi quella storia di Teresa Noce, che perseguitata dalla polizia durante il fascismo, in clandestinità, raggiunse le operaie tessili di Biella per festeggiare l’ 8 marzo. E cantavano: “sebben che siamo donne/paura non abbiamo/abbiamo delle belle buone lingue/ e ben ci difendiamo”. Lei, Teresa Noce, non è mai stata zitta. Perché come diceva Michela Murgia, nostra matrigna della patria che ci manca tantissimo, una delle cose più rivoluzionarie che possiamo fare è parlare, non stare zitte».

Ad accomunare molte di loro è anche il trattamento che viene riservato dai partiti di appartenenza. Il maschilismo regnava ovunque. Anche a sinistra.

«Succedeva spesso e volentieri. Anche nel Pci rivoluzionario nei confronti della società i suoi esponenti tornavano a casa e conservavano la mentalità maschilista. Pensiamo a Togliatti che nei giorni della Liberazione chiese alle partigiane di non sfilare, perché la loro vita libera mal si addiceva con la nuova fisionomia, più conformista, del partito. In qualche modo erano donne che avevano trasgredito. Solo Nilde Iotti è riuscita a emergere, ma a costo di grandi sacrifici».

Tra le Madri costituenti della Repubblica lei annovera Tina Anselmi, Emma Bonino, Angela Bottari, Franca Viola, ma anche Enza Sampò, Mina e Stefania Sandrelli.

«Sono tutte donne che, ognuna nel suo campo, hanno fatto una rivoluzione. Hanno sradicato pregiudizi, si sono ribellate agli stereotipi e hanno aperto la strada per tutte noi che siamo venute dopo».

Oggi le donne nelle istituzioni sono più numerose, ma la parità è ancora lontana. Dove si annidano le maggiori resistenze a una vera parità?

«Nonostante le buone leggi e le dichiarazioni di intenti ancora vige una mentalità patriarcale. Nel libro parlo di un documentario di Luigi Comencini in cui un uomo intervistato diceva: “possono fare le leggi ma il cervello rimane lo stesso”. E oggi dobbiamo anche temere passi indietro. Spesso nella generazione Z sono più conservatori dei nostri nonni. Bisogna lavorare sulla educazione».

Vede all’orizzonte una donna al Quirinale?

«Che grande presidente sarebbe stata Tina Anselmi. Ma prima o poi si riuscirà: conto molto sulle bisnipoti della patria».

Il suo è un libro necessario. Perché non trasformarlo in un programma televisivo?

«Me lo stanno chiedendo. Vedremo. Paura non abbiamo». 

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