La Nuova Sardegna

L’intervista

Willie Peyote: «Nel rap e nella vita si parla troppo di soldi, a me annoia. Gli artisti devono essere liberi di dire ciò che pensano»

di Francesco Zizi

	<em>foto di Matteo Bosonetto</em>
foto di Matteo Bosonetto

Il rapper torinese sarà domani al Marina Café Noir a Elmas

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Ha fatto dell’ironia disillusa uno strumento per leggere il presente, trasformando critica sociale e racconto del presente in canzoni capaci di arrivare al cuore di un pubblico sempre più ampio. Willie Peyote, premio della critica a Sanremo 2021, approda domani sera, alle 22.15, al Marina Café Noir. Sul palco di Giliácquas a Elmas porterà il suo sguardo irriverente, in un incontro tra parole e musica che arriva a poco più di un mese dall’uscita del suo nuovo album, “Anatomia di uno schianto prolungato”. Un percorso artistico e personale in cui il rapper torinese, all’anagrafe Guglielmo Bruno, racconta cambiamenti, fragilità e ripartenze, senza rinunciare a quella capacità di mettere in discussione la realtà attraverso la musica e la satira.

La 24esima edizione del Marina Café Noir, realizzata con il contributo di regione Sardegna, comune di Elmas, fondazione di Sardegna e dei partner cantina Santadi, Ichnusa ed Eja Tv, è in programma a Elmas il 19, 20 e 21 giugno.

Guglielmo, come sta e cosa ci dobbiamo aspettare domani?

«Devo dire bene, è un bel momento. L’estate è sempre un periodo piacevole, a parte il caldo estivo. Sono contento, mi sento molto rappresentato dall’album che sta andando molto bene. Domani a Elmas intrecceremo parole e qualche brano dal vivo, con il dj».

Nel singolo Burrasca, che ha anticipato l’album, racconta dell’importanza di aggrapparsi a qualcosa nei momenti difficili. Willie Peyote a cosa si aggrappa?

«Io ho sempre avuto la fortuna di avere intorno persone che, nel momento del bisogno, c’erano. La famiglia, gli amici e la mia stessa band. Il sostegno nei momenti difficili l’ho sempre trovato appoggiandomi a qualcuno. La canzone parla proprio del senso e dell’importanza del collettivo».

L’album si intitola “Anatomia di uno schianto prolungato”, una contraddizione praticamente.

«Esatto, mi piaceva l’idea dell’ossimoro. Mettere insieme lo schianto - che è una cosa veloce, che dura un momento -, con “prolungato”. Come se fosse una eterna sospensione. Al giorno d’oggi sembra che debba succedere sempre qualcosa di brutto e invece non succede, anche se stiamo andando e peggiorando».

E Willie Peyote quante volte si è schiantato?

«Io nella vita mi sono schiantato tante volte. Il momento più difficile è stato dal Covid in poi. Quel periodo ci ha cambiati profondamente e ci ho messo un po’ di tempo per riprendere il controllo della situazione e ritrovare me stesso».

Nel disco c’è anche un pezzo con Brunori, come è nata la collaborazione?

«È nata dalla fortuna di aver condiviso lo stesso albergo a Sanremo, l’anno scorso. Abbiamo sviluppato un rapporto di amicizia che ci ha portati a conoscerci meglio. Io già artisticamente lo ammiravo tanto. È un grande cantautore, riesce avere un legame diretto con la tradizione autoriale italiana, ed è una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto. Era il tassello perfetto».

A 40 anni chi è Willie Peyote e cosa vuole fare “da grande”?

«Penso di essere grande, almeno anagraficamente, per tirare le somme. Sono arrivato in un momento in cui bisogna prendersi delle responsabilità, e non ho la sindrome di Peter Pan. Ho avuto la fortuna di realizzare il sogno che avevo e ora sono più tranquillo. L’età porta consapevolezza».

Il rap mainstream è diventato monotematico, centrato sui soldi. Esiste un’egemonia culturale su questo tema?

«Il tema dei soldi ha conquistato un’egemonia culturale non solo nel rap, ma è il tema ricorrente in tante discussioni del quotidiano. Il rap lo racconta bene perché intercetta un punto centrale della società. Il vero problema è che il sistema capitalistico ti riporta a parlare sempre di quello. A me, sinceramente, annoia. Ci sono cose che riempiono la vita più dei soldi».

Qualche giorno fa lo scambio tra Vasco e De Gregori sull’opportunità degli artisti di entrare nel dibattito pubblico. Gli artisti devono schierarsi?

«Io credo che ognuno debba fare ciò che sente. Se hai delle idee è giusto esprimerle. Non capisco chi critica chi non si schiera. Serve coscienza, ma anche libertà. Ognuno però deve essere libero di dire quello che pensa».

Ha qualche ricordo legato alla Sardegna?

«No ho diversi, il video di “Burrasca” è ambientato ad Alghero e lo stesso videomaker è di lì. Diciamo che mi sono portato a Torino un po’ di Sardegna (ride, ndr). Ho un altro bellissimo ricordo che risale al 2014, quando feci tre date a Porto Torres, Alghero e Olbia. Serate incredibili, soprattutto Porto Torres».

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