Matteo Porru dai libri al palco, ma è vietato chiamarlo attore: «Mi diverto con uno spettacolo in piazza»
Con “Chiuso per festa” apre il programma di “Carmine 2026”
Cosa accade quando la mente di uno scrittore si ferma? Parte da questa domanda “Chiuso per festa”, lo spettacolo di e con Matteo Porru (produzione369gradi). Il giovane scrittore, in questo caso attore o, come preferisce lui, «narrattore», torna in scena venerdì 19 giugno per inaugurare la stagione di “Carmine 2026”, con 18 appuntamenti proposti dal Cedac da giugno a settembre in piazza del Carmine a Cagliari. Il monologo, che ha già girato dalla capitale a New York, parla di immaginazione ed è un flusso di personaggi e voci che animano la testa di uno scrittore.
È passato un anno dalla prima rappresentazione a Rebeccu, cosa ricorda?
«Quella era l’esito diretto di una residenza di una settimana. Il testo era diventato spettacolo, con tutto l’entusiasmo viscerale e in un contesto particolare come Rebeccu».
Poi?
«Poi ti trovi a Roma, alla prima, in piazza Sauli alla Garbatella, e vedi trecento persone davanti a te che si portano sgabelli, sedie e asciugamani». Non la solita platea. «Ma sai, mi sto rendendo conto sempre di più che questo è uno spettacolo da piazza. Penso sia questo lo vero spirito del teatro in fondo: esorcizzare l’idea mitologica che ci sia solo il palco e una verticalità che rende te attore parte attiva e lo spettatore passivo. Non è così».
E infatti torna a esibirsi in Piazza del Carmine, cosa significa per lei?
«Tornare a casa e in uno dei luoghi più rappresentativi della cagliarità».
“Chiuso per festa” cambia nel tempo? C’è qualcosa che trova diverso a ogni replica?
«È uno spettacolo che ogni volta mi dice la stessa cosa. Diffido da chi vuole trovare sempre qualcosa di diverso dalle sue cose. Preferisco sapere di aver scoperto un testo, più che rimetterlo in discussione. Mi sono messo già messo in discussione nella scrittura».
La scrittura per il teatro non è come quella che resta in pagina. Cosa sente di diverso?
«La narrativa è scrittura di fantasia, nel senso più nobile del termine. È la forza di fantasticare. La saggistica, da poco è uscito il saggio “Andirivieni”, è fedele, è essere cronisti di un mondo che sintetizzi. E la scrittura teatrale è immaginifica e mediata da tante cose: c’è un regista, ci sono delle maestranze. La scrittura qui è importante ma non fondamentale quanto il palcoscenico in sé».
Porru, si trova bene a recitare? Continuerà?
«Non sono un attore, ho avuto la grande fortuna nella vita di fare quello che faccio per lavoro e potermi divertire. Al massimo sono un narr-attore. Mi diverto a impersonare tutto quello che succede. C’è una cosa che mi stupisce più di tutte: il rumore della risata dal pubblico. È una droga. Capisco cosa provano i comici. Sì, sentire la risata vale più dell’applauso finale».
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