The Zen Circus: «Sanremo non ci ha cambiati, L’Anima non conta e Catene? Scrivendole abbia subito avvertito il “brividino”»
La band pisana torna in Sardegna l’11 luglio
Il male, per gli Zen Circus, non è mai solo un titolo o un concetto estetico da finti nichilisti. È una condizione da attraversare, un materiale narrativo che la band continua a modellare da oltre vent’anni senza mai addomesticarlo davvero. Ed è anche il filo che lega l’ultimo disco al tour in corso, fino alla data sarda dell’11 luglio a Sarroch, dentro il Sa*Rock Festival.
L’appuntamento si inserisce nella quinta edizione della rassegna musicale organizzata da Mis Factory e Diapason, ospitata nella cornice di Villa Siotto, dimora storica dei primi del Novecento. Il festival si svolge dal 9 al 12 luglio e porta in Sardegna una programmazione che alterna rock, live e iniziative culturali.
La sera dell’11 luglio è dedicata ai The Zen Circus, in formazione con Andrea Appino, Massimiliano “Ufo” Schiavelli e il batterista sardo Karim Qqru, la formazione storica a cui si sono poi aggiunti il maestro Pellegrini e il geometra Pagni dal vivo.
Il concerto arriva nel pieno del “Il Male Summer Tour”, che sta attraversando Italia ed Europa dopo l’uscita del tredicesimo album in studio della band. Un lavoro che ha confermato la capacità del gruppo di mantenere una forte connessione con il pubblico, debuttando ai vertici delle classifiche e portando la band in una nuova fase di una intensa attività live. Il batterista Karim Qqru, racconta la genesi del disco, i live e un matrimonio col pubblico che dura ormai più di vent’anni.
Karim, lei ha definito questo tour uno dei più riusciti della storia recente della band. Che cosa succedendo?
«Sta funzionando soprattutto il rapporto con il pubblico, che in questo momento è molto diretto e molto sincero. Noi siamo una band che ha sempre avuto fasi alterne, anche perché ci fermiamo spesso per vivere le nostre vite e poi ripartiamo. Questa volta però la risposta è stata subito forte, non solo nei numeri ma proprio nell’energia dei concerti. Si sente che c’è attenzione, che c’è curiosità, e soprattutto che arriva anche gente nuova. Questa cosa, dopo tanti anni, non è affatto scontata».
“Il male” sembra riportarvi a un suono più da sala prove, è stata una scelta consapevole o una conseguenza naturale del percorso di crescita?
«Direi che non è stata una cosa pianificata a tavolino. È arrivata mentre lavoravamo. A un certo punto ci siamo accorti che stavamo tornando a divertirci di più quando eliminavamo le sovrastrutture. Non è una questione solo tecnica, ma proprio di approccio. Siamo rientrati in sala prove senza pre-produzioni, questo ha cambiato completamente il modo in cui scrivevamo e suonavamo. Siamo tornati a scrivere le canzoni gomito a gomito in sala prove, questo inevitabilmente ci ha portato a un disco più vicino a quello che poi succede dal vivo».
Unica cosa che non è mai cambiata di voi è l’attitudine punk.
«Beh da lì non si scappa, ce la sentiamo nostra ed è legata a come cresci e come impari a suonare lo strumento. Ma questa cosa riguarda tutti i gruppi musicali. È un po’ per questo che abbiamo fatto il tour europeo, per riassaporare quell’energia punk che si trova nei piccoli locali da 500 persone, cosa che possiamo fare solo in Europa, perché in Italia, anche fortunatamente suoniamo in club dai mille ai 3500 posti».
Avete vissuto anche esperienze molto distanti dai club come quella a Sanremo, a distanza di qualche anno che ricordo avete?
«Con una distanza molto serena. Sanremo per noi è stato un passaggio particolare, ma non lo abbiamo mai vissuto come qualcosa che dovesse cambiare la band. Non avevamo aspettative in quel senso e l’abbiamo affrontata come un gruppo di amici che non aveva niente da perdere, e infatti non ci ha cambiati. È stata un’esperienza anche divertente, un campeggio praticamente (ride, ndr), perché ci siamo trovati in un ecosistema che non ci appartiene. Però è rimasta una bella parentesi. Ci ha dato un po’ di visibilità in più, certo, ma il nostro percorso è andato avanti come prima. Non ha modificato il modo in cui scriviamo o suoniamo».
Domanda diretta, gli artisti devono necessariamente dire la loro su attualità e politica?
«Tutto è politica, e tutto può avere ripercussioni socio - economiche, da quando si esce di casa alle scelte che fa uno al supermercato. È inevitabile poi che le cose che vivi entrino dentro le canzoni. A me personalmente non piace il fatto che un artista debba essere forzato a esprimersi sulla politica. C’è chi preferisce parlare attraverso i testi, chi in maniera più attiva. Anche chi è disimpegnato nei testi, in realtà prende una posizione, il pubblico non è mica scemo. Sicuramente però, gli artisti, quando vogliono devono prendersi la libertà di dire quello che vogliono».
C’è una canzone che non vi aspettavate sarebbe diventata “culto” per il pubblico?
«Le canzoni da pubblicare sono sottoposte a un processo di democrazia interna al gruppo che è spietatissimo, fatta anche di accordi sotto banco (ride, ndr). Però tutte le volte che abbiamo avvertito il “brividino” riascoltandole abbiamo detto: ok è quella giusta. Da L’anima non conta a Catene, che è una canzone anche abbastanza “pesante” emotivamente».
Lei ha origini sarde. Che rapporto ha oggi con l’isola?
«La Sardegna è il posto in cui spero di morire, è una parte imprescindibile della mia vita. Entrambi i genitori sono sardi: mio padre era di Pozzomaggiore, mia madre invece è nata a Pattada, poi si è spostata a Fertilia e poi ad Alghero. La cosa che mi dispiace è che tutte le bidde dell’entroterra stanno scomparendo, anche se come si fa a dire a un ragazzo che nasce in un paese piccolissimo: “No, tu devi restare”. La bidda per i ragazzi diventa una prigione, vai allo tzilleri, fai le solite tre cose e la vita gira tutta attorno a quello. Per me lo spopolamento è una cosa drammatica».
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