Jacopo Fo a Pula: «Mio padre fu un grande rivoluzionario, oggi sta tornando il nonsense»
Il figlio del Premio Nobel e di Franca Rame porta nell’isola “Le canzoni di Dario Fo”
Con uno sguardo volto al passato e uno al futuro, Jacopo Fo ci accompagna in un viaggio attraverso le canzoni del padre. Debutta in prima nazionale alla Notte dei poeti targata Cedac– appuntamento domani, sabato 18 luglio, alle 20 al Teatro Maria Carta di Pula – “Il Re dei Ciarlatani / Le canzoni di Dario Fo”, un’antologia di brani firmati (e interpretati) dal drammaturgo premio Nobel per Letteratura. Sotto i riflettori, Jacopo Fo racconta, insieme con Enrico de Angelis, le atmosfere di un’era feconda e ricca di fermenti artistici, e risuonano le note, spesso ironiche, delle canzoni affidate alla voce di Elena Pau.
Fo, come è nata l’idea di questo spettacolo?
«Nasce perché ho sempre adorato le canzoni di mio padre. Un paio di anni fa insieme ad alcuni amici abbiamo iniziato a cantarle ed è venuto fuori uno spettacolo strepitoso. Ci siamo concentrati sulle canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta».
Perché questa scelta?
«Era un momento di grande tristezza per l’Italia. Una miseria impressionante. Questo spettacolo vuole anche essere un messaggio per quegli sprovveduti che sostengono che non c’è mai stato un periodo terribile come quello che stiamo vivendo. Come se non ci fossero stati il Vietnam, gli assassini di Kennedy e Marthin Luther King, l’arresto di Mandela, la terza guerra mondiale a un soffio. Per fortuna in quegli anni ci fu chi si ribellò: penso a mio padre, Jannacci, Pasolini, cantanti, pittori, architetti, che attraverso l’uso dell’assurdo portarono a un rovesciamento dei ruoli che aprì le porte al Sessantotto».
Come ha scelto le canzoni?
«È stato de Angelis a ideare lo spettacolo attraverso un grande lavoro di ricerca. Quando mio padre e mia madre (Franca Rame, ndr) lasciarono la tv perché censurati, la Rai per ripicca bruciò le cassette di 11 puntate di “Chi l’ha visto?” e sei di “Canzonissima”. De Angelis è risalito ad alcune canzoni tramite gli archivi di mia madre. Nello spettacolo risentiamo canzoni andate distrutte. Ce n’è una divertentissima sulle terme di cui sono riuscito a ricostruire la musica perché mia madre me la cantava come ninna nanna».
Come si può definire la produzione musicale di Dario Fo?
«Costantemente un gioco dell’assurdo. In tutte queste canzoni, penso anche a quelle fatte con Gaber, si assiste a quel rovesciamento che è stata la goccia che ha fatto esplodere il ’68. Oggi siamo di nuovo sull’orlo dell’esplosione del nonsense. Vedo tante cose interessanti sul web: dalle bambine che ballano in mezzo alle rovine a Gaza a 11enni che cucinano piatti gourmet. Oggi nessuno a sinistra si chiede come abbia fatto a diventare sindaco di New York un indiano musulmano socialista. Da noi stanno tutti a parlare della signora bionda e del generale...».
Quest’anno è il centenario del Nobel di Grazia Deledda, poco ricordata a livello nazionale. Come si sta comportando l’Italia nei confronti di Dario Fo?
«Mio padre e mia madre continuano a essere amati e odiati tantissimo. C’è stata una mobilitazione strepitosa e il merito è di mia figlia Mattea, presidente della Fondazione, e di Stefano Bertea, che hanno deciso di dedicare loro 100 eventi in Italia e 100 all’estero. Pensi che il prossimo sarà sull’Everest. Mi chiedo cosa farà Dario Fo a quell’altezza... forse una tempesta di neve».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
