Disabilità in spiaggia, SardegnaAccessibile “apre” venti litorali
Il modello dell’associazione per la fruizione: parcheggi riservati, passerelle e piattaforme
Il mare è davvero un bene disponibile per tutti? Davanti a una disabilità motoria quanto è pronto il sistema Sardegna in fatto di accessibilità degli arenili? Possono essere sufficienti una passerella in legno e una sedia Job per definire davvero inclusiva una località balneare. Sono quesiti che abbiamo posto ad Alfio Uda e Luciana Hatfull di SardegnaAccessibile, associazione nata nel 2021 per promuovere il diritto delle persone con disabilità a vivere il mare in autonomia.
Compagni nella vita e nell'impegno civile, Alfio vive in prima persona una grave disabilità motoria, Luciana è fisioterapista. Dall'incontro delle loro esperienze è nata una consapevolezza condivisa: l'accessibilità non è una questione che riguarda una minoranza, ma un diritto che misura il grado di civiltà di una comunità. Da questa convinzione è nato un percorso che li ha portati a trasformare un'esperienza personale in un progetto collettivo, capace di coinvolgere istituzioni, amministratori e cittadini per rendere il mare della Sardegna sempre più accessibile e inclusivo. «Bisogna scardinare il concetto di “accessibilità” nel pensiero comune – spiega Alfio – una spiaggia può dirsi realmente accessibile soltanto quando permette a una persona in carrozzina di arrivare dal parcheggio all'arenile, sistemarsi sotto un ombrellone, utilizzare i servizi igienici, raggiungere un punto ristoro e accedere all'acqua senza dover dipendere continuamente dall'aiuto di altre persone».
L'errore più frequente, raccontano da SardegnAccessibile, è progettare servizi pensando all'assistenza anziché all'autonomia. Per questo l'associazione ha elaborato un modello preciso: parcheggi riservati nelle immediate vicinanze, passerelle dall’area parking alla battigia in materiale robusto e idoneo anche al transito di carrozzine motorizzate, una piattaforma-solarium di circa 48 metri quadrati, quattro ombrelloni, lettini rialzati per agevolare i trasferimenti posturali e percorsi che permettano di arrivare fino all’acqua con le carrozzine anfibie. Un aspetto spesso trascurato riguarda inoltre i servizi igienici: «Molte persone con lesioni midollari o altre patologie neurologiche – sottolinea Luciana – necessitano di procedure sanitarie che non possono essere effettuate sulla spiaggia o in spazi improvvisati. Per questo la presenza di bagni accessibili rappresenta un requisito essenziale e non un optional».
Quando SardegnAccessibile ha iniziato la propria attività, il quadro regionale era molto carente. «Nel 2021 abbiamo trovato una situazione disastrosa», raccontano. Ma da allora il lavoro di sensibilizzazione svolto nei confronti delle amministrazioni comunali e regionali ha prodotto risultati concreti. Grazie anche all'interlocuzione con la Regione, nel tempo sono stati istituiti vari interventi, il primo un finanziamento da 4,5 milioni di euro destinato ai 72 comuni costieri dell'isola, con contributi di 62.500 euro per la realizzazione di spazi attrezzati per le persone con disabilità. Successivamente sono stati intercettati ulteriori 1,8 milioni di euro provenienti dal ministero per le Disabilità, ai quali si sono aggiunti recentemente ulteriori 14 milioni grazie ad una misura dell’assessorato al Turismo, destinati a progetti che comprendono anche formazione del personale, informazione e sensibilizzazione.
Nel giro di pochi anni SardegnAccessibile ha contribuito alla realizzazione di circa venti spiagge attrezzate in diverse zone dell'isola ma il percorso è appena cominciato. Per aiutare residenti e turisti a orientarsi è stato inoltre creato il portale SardegnAccessibile.com, che raccoglie una mappa interattiva delle spiagge accessibili, distinguendo tra aree pubbliche gratuite e stabilimenti balneari attrezzati. L'accessibilità, sottolineano Alfio e Luciana, non è una battaglia che riguarda soltanto le persone con disabilità: la vera sfida è culturale.
Una spiaggia accessibile non è quella che consente di raggiungere il mare con l'aiuto degli altri, ma quella che permette di farlo in autonomia, con la stessa libertà e dignità di chiunque altro. Un cambiamento di mentalità che deve coinvolgere anche il mondo della disabilità: «Non esistono disabilità di serie A e di serie B, ma esigenze diverse che vanno riconosciute e rispettate». Per questo alcuni servizi sono destinati a chi ha bisogni più complessi: equità non significa offrire le stesse cose a tutti, ma dare a ciascuno ciò di cui ha realmente bisogno per esercitare i propri diritti in condizioni di pari dignità e autonomia.
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