Doggodaiily: «Faccio foto ai cani per raccontare il rapporto magico tra gli animali e le persone»
L’influencer da due milioni di followers diventato famoso con la frase: «Posso fare una foto al tuo cane?»
Prima di venire in Sardegna, dice, «il mare non mi faceva impazzire». Da qualche giorno Navid Tarazi è a Palau «e ho iniziato a nuotare insieme ai pesci e a vivere il mare da dentro, mi sono completamente ricreduto». Sui social lui è “Doggodaiily”, in giro per la sua Torino e altre città ferma le persone e chiede di poter scattare una foto ai loro cani. Su instagram ha 2 milioni di follower e domani sera a Palau presenta il libro “Posso fare una foto al tuo cane?” per la rassegna “I monumenti incontrano la lettura”.
Il titolo del suo libro è la frase che dà il via agli scatti per le città: come reagiscono le persone?
«La cosa che mi colpisce di più è quando vedo le persone passare dalla diffidenza all’entusiasmo nel giro di pochi secondi. All’inizio pensano che voglia vendere qualcosa o chiedere soldi. Ci sono persone che si commuovono, altre che mi raccontano la storia del loro cane come se fossimo amici da anni. Una delle cose più belle è vedere quanto amore le persone abbiano voglia di condividere quando qualcuno è disposto ad ascoltarle. E poi ci sono quei momenti bellissimi in cui qualcuno mi dice: “Ti seguo da anni, aspettavo questo momento da tantissimo”. Una sensazione speciale».
Quando ha capito che poteva diventare un’attività così importante sui social?
«All’inizio non ci pensavo minimamente. Era un progetto personale: volevo fotografare i cani e raccontare il legame tra loro e le persone. Poi ho iniziato a ricevere messaggi da persone che mi dicevano che quei video le facevano sorridere in giornate difficili. In quel momento ho capito che stavo creando qualcosa che aveva un impatto reale sulle persone».
I suoi contenuti sono anche un modo per sensibilizzare le persone sul rapporto con i propri animali.
«Una delle storie che mi è rimasta più impressa è quella di Nina. L'ho conosciuta in un parco a Torino. Aveva il muso deformato perché, da cucciola, aveva preso le botte. Nonostante quello che aveva vissuto, non aveva perso la fiducia negli esseri umani. Anzi, faceva una cosa bellissima: andava da chiunque incontrasse per cercare una carezza. Guardando Nina ho capito che l'essere umano può essere contemporaneamente la cosa peggiore e la cosa più bella che possa capitare a un animale».
Quali sono le foto più belle?
«Quelle che riescono a raccontare qualcosa senza bisogno di parole. Non sono necessariamente le foto perfette dal punto di vista tecnico. A volte il cane guarda il proprietario in un certo modo, oppure succede un piccolo gesto spontaneo che dura una frazione di secondo».
Ci sono dei gesti o delle cose che fa per entrare in contatto con i cani?
«La cosa più importante che ho imparato è rispettare i loro tempi. Per fotografarli, però, c'è anche un piccolo trucco. Ho bisogno che mi guardino in camera e, diciamolo, io da solo non sono sempre così interessante (ride, ndr). Per questo nello zaino porto sempre dei biscottini e una pallina. Sono due grandi alleati per catturare la loro attenzione e riuscire a fare quel ritratto che sembra quasi una posa, ma in realtà è spontaneo».
Lei è iraniano, come ha vissuto questi mesi lontano dalla sua famiglia durante il conflitto?
«Sono stati giorni molto difficili. Passavo le giornate ad aspettare un messaggio o una telefonata per sapere se stessero bene. Fortunatamente oggi stanno tutti bene, ma è un'esperienza che ti cambia. Ti fa capire quanto siano preziose le persone che ami e quanto spesso diamo per scontata la normalità»
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