Alessandro Cattelan: «Ho iniziato a leggere libri grazie a Baggio. La tv? Amo fare cose diverse»
Il conduttore televisivo riceverà a Villacidro il Premio Dessì: «Conosco poco la Sardegna, ma ricordo le trasferte da calciatore»
È uno che la televisione ama farla a modo suo. Con passione, con ironia, con intelligenza. In questi venti anni lo abbiamo visto su tutti i palcoscenici più importanti, Sanremo ed Eurovision compresi. E su qualsiasi piattaforma, televisiva e non solo, dagli esordi su Viva e Mtv alle più classiche Rai e Mediaset, passando per Sky, Netflix, Youtube e Spotify. Forse, proprio questa sua capacità di arrivare ovunque e a chiunque, ha spinto la Fondazione di Sardegna ad attribuire ad Alessandro Cattelan un Premio speciale che gli verrà consegnato il 4 ottobre a Villacidro alla cerimonia finale del Premio Giuseppe Dessì.
Cattelan, il Premio della Fondazione Dessì riconosce un percorso che va oltre la tv. Che significato ha per lei ricevere questo riconoscimento?
«È un premio che accetto con grande orgoglio, proprio per il significato che ha. Pensando all’ambito dal quale provengo, che è quello della televisione, non mi sento un intellettuale, però cerco sempre di essere attento a fare il mio lavoro in una maniera che possa essere, in qualche modo, stimolante per chi lo segue. Sono quindi molto felice di ricevere un premio così importante e così longevo, che esiste da tanti anni ed è intitolato a un grande scrittore».
La Sardegna è una terra con una forte identità culturale e letteraria. Cosa pensa di aver ricevuto, sul piano umano e professionale, dagli incontri con la sua cultura?
«Purtroppo la Sardegna è un posto che ho frequentato molto poco, rispetto alla voglia che avrei avuto di passarci più tempo. Devo dire che la maggior parte del tempo che ci ho trascorso è stata legata alla mia fase da calciatore, quando venivo a giocare in trasferta contro le squadre sarde. Però erano sempre toccate e fughe, quindi non ho mai avuto davvero la possibilità di godermi l’isola. In vacanza, infatti, non ci sono mai stato. L’anno scorso, però, sono stato a Cagliari per un incontro in piazza, sempre legato ai libri, e sono stati giorni stupendi, di cui conservo solo ricordi positivi: dalle persone che ho conosciuto al cibo che ho mangiato, fino al pisolino che mi sono fatto in spiaggia nel pomeriggio. È stato fantastico, davvero. Un ricordo meraviglioso».
Viene premiato anche il suo legame con i libri. Quanto spazio hanno davvero i libri nella sua vita e nel suo lavoro?
«I libri nella mia vita hanno un bello spazio perché… questo è un aspetto dei libri che ci tengo sempre a sottolineare e a difendere, e forse è anche quello di cui si parla meno. Nei libri si cerca sempre il risvolto culturale, che chiaramente è presente ed è molto importante. Però, per me, sono proprio una forma di intrattenimento, anzi, una delle mie forme di intrattenimento preferite. Li metto al pari della musica, ma un gradino sopra i film. Se ho voglia di immergermi in una storia, il libro è una delle forme di intrattenimento che preferisco. E quindi, nella mia quotidianità, cerco proprio di ritagliarmi del tempo da dedicare ai libri».
C’è un libro che sente particolarmente vicino o che, in qualche modo, ha lasciato un segno nel suo percorso?
«No, nessun libro in particolare, se non forse per il significato che ha avuto per me. Ho iniziato a leggere abbastanza tardi e il primo libro che ho letto è stata una biografia. Credo sia abbastanza comune per chi comincia a leggere tardi partire proprio dalle biografie di personaggi che si stimano, che si seguono o ai quali ci si sente in qualche modo legati. Non è un libro dal grandissimo valore intellettuale, ma per me ha rappresentato l’inizio di una carriera da lettore molto solida. Si tratta di “Una porta nel cielo”, la biografia di Roberto Baggio. È stato il primo passo di un percorso che, da allora, mi ha portato a leggere molto e con sempre maggiore interesse».
La sua carriera tv è stata caratterizzata dalla capacità di cambiare registro e di mettersi alla prova in esperienze molto diverse. Guardando indietro, qual è stata quella che l’ha fatto sentire più appagato e perché?
«Ci sono tante cose di cui sono fiero. Innanzitutto, i programmi di cui sono stato anche autore: sono quelli a cui sono stato più legato. Il primo è stato Lazzarus, una striscia quotidiana che poi è diventata un cult per una generazione, in cui io e Francesco Mandelli attraversavamo gli Stati Uniti d’America alla ricerca delle tombe delle grandi icone della cultura pop. E poi Una semplice domanda, la serie che ho realizzato per Netflix e che considero davvero un bel prodotto. Non mi vengono in mente altri personaggi televisivi italiani che abbiano realizzato qualcosa di simile».
Ha attraversato generi, programmi, piattaforme e linguaggi differenti, senza rimanere legato a un solo ruolo. C’è stata un’esperienza che, a posteriori, ha rappresentato una svolta decisiva nella sua carriera?
«Forse, per come siamo abituati noi, da pubblico, a guardare le cose, non so se questa cosa mi abbia fatto più bene che male. A me sicuramente ha fatto bene, perché comunque le persone vogliono sapere chi sei e cosa fai. E quando fai tante cose diverse, rischi di confonderle: se le persone non capiscono bene cosa stai facendo, è difficile che poi possano apprezzarlo. Però, sicuramente, a me ha fatto bene, perché mi piace fare tutto quello che mi piace vedere, spesso anche cose che non so fare. Cantare? Se posso, canto. Ballare? Se posso, ballo. Non c’è una cosa specifica che abbia una dominanza sulle altre. Forse, anzi, è proprio l’insieme di tutte queste cose la mia caratteristica principale: il fatto di mischiare un po’ tutto».
Il cinema, invece, è rimasto quasi un capitolo a parte, con una sola esperienza: “Ogni maledetto Natale”. È stata una parentesi o è un’occasione mancata?
«Il cinema è stata una parentesi alla quale, in realtà, non avevo neanche pensato. Capita che mi arrivino delle sceneggiature, ma educatamente declino, perché sento che non è una cosa troppo mia. Non ho molti registri: quello drammatico, per esempio, non sono proprio capace di farlo, mentre nel comico non è facile trovare la cosa giusta. Il film che ho fatto, invece, per me era la cosa giusta. C’era un cast incredibile e io mi sono messo lì dentro, cercando di fare al meglio il mio e, soprattutto, di imparare».
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