Chef Hiro: «Il cibo va sempre rispettato come fosse un’opera d’arte» – L’intervista
L’ambasciatore della cucina giapponese in Italia ospite del Festival della bottarga
Cristallo e oro: la Laguna e la bottarga entrano nel piatto di Hirohiko Shoda, l’ambasciatore ufficiale della cucina e cultura giapponese in Italia. Ospite di punta del Festival della Bottarga, lo chef ha scelto due elementi materici per raccontare il suo incontro con Cabras: ha chiamato “cristallo” la pastella della ricetta che presenterà al festival, in omaggio alla Laguna, e “oro” la salsa, richiamando la bottarga, considerata un prodotto d’eccellenza anche in Giappone, e definita “oro di mare” proprio come in Italia, sinonimo di ricchezza, prosperità e fertilità.
Chef Hiro, da dove nasce il suo modo personalissimo di intendere la cucina?
«La Natura insegna tutto. La mia filosofia parte dall’amore per lei e dalla purezza dei suoi frutti, dal contatto diretto con gli ingredienti freschi e di stagione. Le mani dello chef sono lo strumento che collega la materia prima con chi mangerà il piatto finale».
Quanto conta, per lei, rispettare la materia prima?
«Cerco di esaltare ogni ingrediente nella sua essenza più pura, senza mai violentarne la consistenza. A volte basta l’efficacia di un taglio per valorizzarne il gusto. Il cibo va rispettato come fosse un’opera d’arte».
È questa la chiave con cui ha affrontato la bottarga?
«È un ingrediente con una forte identità e il rapporto con il territorio è fondamentale. Anche per questo dedicherò al Festival è un’esplosione ricca di elementi in armonia, in omaggio alle tante biodiversità che convivono nella laguna».
Cosa la affascina maggiormente di un prodotto così legato a un territorio?
«Certamente la possibilità di trasformare un ingrediente in un racconto, tenendone salda l’identità. Vorrei che i miei piatti narrassero un viaggio, una suggestione con dentro ricordi, ispirazioni, conoscenze, frutto del mio costante studio e della mia eterna curiosità».
Giappone e Italia sono due mondi gastronomici apparentemente molto lontani. Esiste un punto d’incontro?
«Io amo la cucina italiana come quella giapponese. Sono molto simili nella loro ritualità familiare, nel loro essere gesto di amore, di conforto, di condivisione, di piacere. È un aspetto che mi ha sempre affascinato e influenzato il mio percorso».
Lei ha costruito una parte importante della sua carriera anche attraverso la divulgazione. Quanto è importante raccontare, oltre che cucinare?
«La cucina non è solo fare, è soprattutto dialogo, un offrire e un ricevere reciproco, con gratitudine e rispetto. In Giappone si definisce appunto Washoku, l’arte della cucina giapponese in tutti i suoi infiniti aspetti, non solo tecnici, ma anche culturali, etici e sociali».
La sua attività sui social ha ampliato enormemente il pubblico al quale racconta la cucina. Che cosa porta in rete?
«I social erano inizialmente uno strumento molto forte per comunicare e condividere responsabilmente i propri contenuti, frutto di competenze e conoscenze, avvicinando un pubblico sempre più ampio al mondo della cucina e della cultura giapponese, ma non solo. Oggi sono un po’ cambiati, la competenza non è più un fattore dovuto, né scontato. Io confido sempre che il pubblico sappia scorgere nel grande trambusto ciò che gli interessa davvero, che voglia restare attivo e non influenzato passivamente».
Nei suoi libri ha affrontato linguaggi e temi diversi: dalla cucina alla cultura, fino al mondo dei manga e della filosofia giapponese.
«Sì, nel corso del tempo, il mio percorso personale ha camminato sempre per mano con quello professionale, e i miei libri sono un divenire che segna le tappe della mia vita. Nell’ultimo, “Ichigo Ichie. La via della felicità”, larrivo al cuore della filosofia di vita giapponese».
Cosa spera di lasciare al pubblico del Festival?
«Io cerco sempre di offrire condivisione e piacere. Cerco i punti di incontro attraverso gli apparenti contrasti. Voglio valorizzare la bottarga nella sua essenza più pura e raccontarla attraverso un piatto che rappresenta l’incontro di due isole, terre gemelle».
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