Myrta Merlino: «Mia madre, geniale e complicata, mi ha insegnato cosa è la libertà»
La giornalista racconta in un libro Annamaria Palermo, sinologa e studiosa affermata: «Odiavo il suo modo di vivere, ma quell’imprinting mi ha formata come donna»
Solitamente è lei a dare la parola agli altri. Sono migliaia le persone che in tanti anni di tv si sono raccontate nelle sue trasmissioni. Ma questa volta Myrta Merlino, una carriera iniziata in Rai, una lunga permanenza a La7 prima di passare a Mediaset e ora a San Marino Tv, ha deciso di mettersi dall’altra parte. È lei che si racconta, ma ai lettori. Da oggi in libreria “La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale”, edito da La Nave di Teseo in cui la giornalista descrive il rapporto intenso ma complicato con la madre, Annamaria Palermo, affermata sinologa, donna di grande cultura, simbolo di una Napoli all’avanguardia, scomparsa a 74 anni nel 2017.
Myrta, perché ha sentito il bisogno di raccontare sua madre proprio adesso?
«In realtà, è un libro che ho covato dentro a lungo. È da quando mia mamma è morta che pensavo di volerla raccontare. La sua è stata una vita abbastanza straordinaria. Quando stava male mi diceva che voleva scrivere. Ha registrato cassette in cui parlava, raccontava pezzi di vita. Io vedevo queste cassette e piangevo disperata, finché non ho deciso di farle sbobinare. Lì mi sono resa conto di avere tanto materiale: ricordi, aneddoti, appunto pezzi di vita. E così ho pensato a un libro, non giornalistico come i precedenti, ma sulle mie radici, alla ricerca di me stessa. Quest’anno, non andando in diretta tutti i giorni dopo 15 anni, ho avuto il tempo per fermarmi e scrivere. Ringrazio ancora Elisabetta Sgarbi che mi ha incoraggiata quando non me la sentivo».
Cosa ha rappresentato per lei scrivere questo libro?
«Tornare indietro alle mie radici, alla mia infanzia era un’esigenza. Un’esigenza fortissima. Scrivere è stata una sorta di analisi, un ritorno a me stessa. Ho potuto rimettere ordine al mio album di famiglia. Ho potuto riflettere su quelle scelte di mia madre che ho sempre ritenuto egoistiche. Mia madre era una donna di quel grande coraggio che sconfina nell’audacia e rischia di provocare grandi danni. Ma rivedendola come donna, e non solo come madre, mi sono accorta di avere ancora delle ferite aperte e ho potuto rappacificarmi con episodi del passato. Io sono diventata madre presto, ho iniziato a lavorare presto, ho avuto una vita orientata al senso del dovere e della responsabilità. Avevo soffocato la bambina che era in me».
La definisce “la mia mamma geniale”, ma anche una donna “eroica e terribile”. Chi era davvero Annamaria Palermo?
«Mia madre l’ho sempre vista come un’eroina, una donna avventurosa che ci sorprendeva sempre: ti veniva a prendere a scuola e ti portava al mare o in viaggio con lei. Mi appassionava, pendevo dalle sue labbra. Ma la vedevo anche “terribile”, perché spariva. La prima volta avevo 4 anni e lei andò in Cina per un anno, lasciandomi con mio padre, mia nonna e mio fratello. A differenza dei miei coetanei ero una bambina senza una madre che mi portasse a danza, alle feste dei compagni: ero sempre sola con papà che cercava di fare del suo meglio. Il suo primo grande tradimento fu sparire inseguendo i suoi sogni, le sue necessità, la sua rivoluzione».
Sua madre è cresciuta nella Napoli del dopoguerra, ha attraversato il Sessantotto, il femminismo, la Cina, New York.
«Mi raccontava che a Parigi, nel Sessantotto, mi ritrovai arrestata nella sua pancia: allora era incinta di me. Quel racconto di me come figlia del Maggio francese, figlia della rivoluzione, è diventato leggenda. Come anche la leggenda del mio nome. Lei voleva chiamarmi Myrtha come la musa greca dei poeti. Ma quando mio padre si presentò al cospetto di uno stanco funzionario dell’anagrafe si sentì dire: “così me pare troppo: scelga o la “y” o il “th”. Scelse la prima e mi sono salvata».
Sua madre quanto è stata una donna del suo tempo e quanto, invece, era già proiettata in un mondo che ancora non esisteva?
«Lei è stata una pioniera, attraversava il suo tempo in anticipo, ma è stata anche una grande interprete della sua epoca. Comunista, la cui esperienza culminò nel Maggio francese. La mia ninna nanna era “Bandiera rossa”. Da piccola mi cantava le canzoni femministe o della rivoluzione cubana. Mi ha allevato con i suoi sogni. Lei era per l’amore libero. Lei e mio padre facevano la coppia aperta. Quando nei ruggenti anni ’80, a 12 anni, andai a trovarla a New York, mi venne un colpo: viveva con due maschi, girava mezza nuda per casa. Mi ha sempre insegnato a confrontarmi con la libertà assoluta. “La libertà non la si insegna, ma la si vive”, mi diceva. Ma io quella libertà la odiavo, mi faceva paura. Dopo vent’anni però posso dire che quell’imprinting di libertà assoluta mi ha profondamente costruita come donna».
Quanto di Annamaria c’è oggi in Myrta?
«Ci sono cose di mia madre e cose costruite contro mia madre. Io ho un grande senso del dovere, sono molto affidabile, a differenza di mia madre che dimenticava tutto. Lei però mi ha trasmesso una curiosità instancabile: in ogni pezzo della mia vita mi ci butto a capofitto. E poi l’indipendenza, l’allergia a qualunque vincolo e a non farmi mai mettere i piedi in testa».
Che madre è lei nei confronti dei suoi figli?
«Io ho molti più sensi di colpa, che mia madre non aveva. I miei figli hanno dovuto convivere con una madre in carriera, ma mi faccio in quattro per loro. Tendo a proteggerli. Mia madre non lo ha fatto. Minoli mi offrì di andare sei mesi negli Usa a seguire le elezioni Bush-Gore. Dissi di no perché avevo i figli piccoli. Ricordavo cosa fosse stato per me essere stata lasciata da sola. Forse, se non l’avessi vissuto sulla mia pelle, avrei accettato».
Ha pensato cosa avrebbe detto sua madre di questo libro?
«Avevo tre grandi paure, e ancora le ho. Il pubblico: le grandi domande che mi sono posta io riusciranno a coinvolgere chi non conosceva mia madre? Mi auguro di sì. E poi mio padre: lui è un uomo molto riservato, pudico. Un intellettuale francesista che non ama la ribalta. Quando gli ho mandato i capitoli più complicati è stato molto generoso e mi ha dato il via libera. Infine, la paura più grande: mia madre sarebbe stata felice di questo libro? L’avrebbe considerato onesto, veritiero? Mi sono data due risposte: per una esibizionista ed egocentrica il fatto che si parli di lei la divertirebbe molto. In più, lei sa che con questo libro ho ricucito alcuni strappi che c’erano stati tra me e lei. Insomma, è stato un libro salvifico per me. E anche per lei».
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