Nuove generazioni, le aziende sarde si adeguano al trend: è l’ora di brindisi e apertivi “made in Sardegna”
Dessanti, regionale della guida Vitae dell’Ais: «Gli spumanti hanno il segno positivo»
Un tempo era quasi di troppo, ora è diventato necessario: anche nelle cantine dell’isola lo spumante ha trovato uno spazio importante e affianca, (e anzi a volte sostiene), etichette più classiche e prestigiose. Da qualche anno le nuove tendenze legate alle generazioni che escono e spendono nei locali, soprattutto per gli aperitivi, hanno portato le aziende a investire nelle bollicine e la Sardegna in questo senso non fa eccezione: «Le bollicine sono l’unica tipologia di vino che non conosce sofferenze sul mercato – dice Roberto Dessanti, regionale della guida Vitae dell’Ais (Associazione italiana sommelier) e responsabile della didattica –. Gli spumanti, anche se per un’inezia attorno allo 0,4 per cento, hanno comunque il segno positivo nelle vendite e le aziende si sono adeguate». In Sardegna produrre uno spumante per diverso tempo è stato quasi uno sfizio, per certi versi anche costoso, le bottiglie di bollicine con etichette isolane si contavano sulla punta delle dita. A un certo punto però c’è stata una svolta, sia tecnica sia ideologica: «Per tantissimo tempo gli spumanti sono stati considerati una prerogativa delle regioni italiane più fredde – aggiunge Dessanti – , poi si è scoperto che anche regioni dal clima decisamente più caldo come per esempio la Puglia sapevano tirare fuori prodotti decisamente all’altezza e quindi anche noi dobbiamo interrogarci: abbiamo le carte per essere competitivi in questo settore? A mio parere, la risposta è positiva». L’excursus storico degli spumanti isolani è anche abbastanza semplice: «Il cambio di disciplinare dei vari consorzi ha spalancato le porte a questo cambiamento. Noi abbiamo alcuni vitigni sicuramente perfetti per produrre spumante, faccio l’esempio del torbato, ma prima i vini venivano mandati nella penisola per essere spumantizzati, mentre ora si sta diffondendo il metodo classico. Il cambio dei disciplinari ha poi aperto le porte agli spumanti prodotti negli altri vitigni e il panorama è decisamente interessante: ci sono ottimi prodotti che arrivano dal Nuragus e dal Vermentino, ma anche dalla Vernaccia e dal Cannonau, anche la Malvasia ha buoni prodotti. Un trend che, inaugurato subito dopo la modifica dei disciplinari, ha avuto un’accelerazione negli ultimi tempi». E proprio questa accelerazione va ora governata: «Dobbiamo innescare un meccanismo culturale – chiude Dessanti – per cui anche i consumatori devono conoscere il prodotto che acquistano. È giusto dare fiducia alle aziende, che a loro volta dovranno ricambiare proponendo prodotti di sempre maggiore qualità. Bisogna imparare a utilizzare gli spumanti, che non possono essere solo considerati, come il prosecco, “il principe degli aperitivi”, ma si possono abbinare bene in altre occasioni. Altrimenti si rischia di fare la fine del novello, a un certo punto tute le aziende lo producevano e ora è sparito. E bisognerebbe anche liberarsi di un malvezzo come quello di abbinare lo spumante secco ai dolci, quando esiste un ottimo moscato della Gallura, per esempio. I consumatori non dovrebbero solo conoscere i nomi e gli abbinamenti degli spumanti ma anche il metodo di produzione, i dosaggi, la classificazione sulla base degli zuccheri. Una crescita culturale di questo tipo ci permette poi di dare alle aziende quelle risposte di cui parlavo, le cartucce a disposizione sono tante».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

