Il minatore che voleva far studiare le figlie
Il racconto della prof
Le camicie nere si aggiravano di notte per cercare quella che loro definivano giustizia. Lui se ne stava nascosto dietro la tapparella della finestra. Osservava. Non aveva paura perché possedeva due fucili,gli servivano per la caccia. Rifletteva sui suoi ideali di libertà di pensiero e si chiedeva perché mai avesse chiamato il suo gatto “Mussolini” essendo un sostenitore delle idee comuniste. Naturalmente non riusciva a spiegarselo, sapeva solo che voleva nutrire le cinque figlie con i suoi ideali.
Credeva nell’emancipazione femminile, avrebbe voluto che le figlie studiassero. Tra l’una e l’altra figlia c’erano solo diciotto mesi di differenza ed erano arrivate con grande sorpresa dei medici che avevano diagnosticato alla moglie una brutta malattia che non riuscivano a definire scientificamente. La poveretta, ricoverata in ospedale aveva strane crisi compulsive: si dimenava fino allo sfinimento. Volevano curarla con l’elettro shock e ricoverarla in manicomio, ingabbiarla. Ma lui, rifiutò tutto ciò, appose una firma per farla dimettere. La riportò a casa e la famiglia si moltiplicò. Lei aveva anche la forza di lavorare. Aprì un negozio di generi alimentari. L’attività andò a gonfie vele per anni, fintanto che non si accorse che una delle figlie, la più fragile, rubava le bottiglie di alcolici dal negozio e beveva. Cosa fare? La soluzione fu quella di non vendere più alcolici nonostante la perdita economica.
Nel mentre lui lavorava nelle miniere dell’Argentiera. Cunicoli bui parecchi metri sottoterra, dinamite, sudore. Ma anche là sotto vedeva la luce: la sua famiglia. Era disposto a tutto per non far mancare niente alle sue figlie. O quasi. Proprio vicino alla miniera il governatore aveva aperto un bar e tutti i minatori erano costrettia recarsi lì a bere e a spendere parte del salario. Come è finita? Lui prestava i soldi agli ubriaconi , impietosito e, per principio, non beveva alcolici. Insomma, alla fine si licenziò. Questo fu il suo atto di ribellione. Lui era mio nonno.
*Loretta Maioli è una docente del liceo classico, musicale, coreutico “D.A.Azuni” di Sassari
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