La Nuova Sardegna

Alghero

Sant’Igori come un villaggio fantasma

di Luigi Soriga
Sant’Igori come un villaggio fantasma

Il camping è sequestrato dal 2010, il processo è all’inizio, l’abbandono è totale ma dentro le baracche tutto è come 3 anni fa

07 luglio 2013
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ALGHERO. Il sole ha ormai ingiallito i sigilli della Procura e appassisce sant’Igori. Non i ricordi, perché certe esperienze, nella vita, sono come il fertilizzante. E giusto per mantenerli ancora verdi, alcuni anziani ci ritornano ogni estate in quel mare, anche se un po’ fa male al cuore. Prima nella Baia di Porto Conte si sentivano a casa: ora gli è concesso il rango di visitatori, bagnanti o turisti, e il loro amato campeggio adesso lo possono guardare solo oltre una rete.

Si riconosce subito il popolo di Sant’Igori, perché quel talento pratico e faidate che gli ha consentito di abitare per vent’anni un’estate fatta di mare, graticole, chiacchierate, musica e pochi confort, è rimasto sempre lo stesso. Marito e moglie, sotto un albero, due sedie, una sdraio, due borse frigo, asgiugamani, cibo per un reggimento. «Il tribunale ci ha tolto la nostra roulotte e un pezzo di vita – dicono – ma almeno il nostro mare nessuno ce lo porta via. Non so nemmeno cosa ne sia stato delle nostre cose, dal giorno dello sgombero non ci abbiamo più messo piede».

E forse è davvero tutto uguale, c’è solo molta erba. La natura in tre anni si sta riappropriando degli spazi, a cominciare dai minuscoli cortili che circondano le baracche e le roulotte. Molti cancelletti sono caduti a pezzi, la vegetazione si arrampica sulle reti, le foglie fanno un tappeto morbido e spesso, ma le casette ancora reggono.

E la sensazione è quella di un villaggio fantasma, spento, dove qualcuno di punto in bianco ha staccato la spina e fermato il battito cardiaco. Tutto sospeso, in stand-by: sono rimaste le cose, mancano le persone. C’è l’involucro, ma l’anima di quel posto è volata via. Come se un’improvvisa deportazione di massa avesse prosciugato la vita. Decine e decine di biciclette sono ancora appoggiate ai muri, o arrugginiscono lungo i sentieri, adagiate sulle recinzioni. Le roulotte sono centinaia, hanno le ruote sgonfie e screpolate, e sembrano pachidermi in letargo. Ma dentro la pancia custodiscono ogni cosa intatta, così come le casupole di legno. In alcune c’è ancora il tavolo apparecchiato, con la fioriera al centro, e le vetrinette ordinate, con piatti e bicchieri. Ci sono auto dimenticate, barche con motore, canne da pesca, e quintali di tavoli e sedie, alcuni accatastati altri lasciati sotto i gazebo.

E’ come se non ci fosse stato il modo di salutare questo posto, un addio frettoloso, senza nemmeno il tempo di voltarsi. Molte baracche sono chiuse a chiave, ma in altre la porta o le finestre sono aperte, eppure dentro basterebbe una spolverata per ripartire d’accapo.

A chi ci ha vissuto per vent’anni sarebbe sufficiente chiudere gli occhi un istante per mettere il cuore in rewind: Sant’Igori oggi, 7 luglio, sarebbe stato un enorme suk che brulicava sotto la pelle del turismo, con duemila persone cucite insieme in una strana utopia che sapeva di socialismo antico. Una “comune” un po’ naif dove le stesse facce si ritrovavano sempre uguali ogni anno, dove ci si divideva tutto, i bagni, il sale, le spese, l’acqua, la puzza di graticola, la musica, la noia, il divertimento, i guai e anche l’estate.

C’è chi la definiva una città in calzoncini corti, chi una baraccopoli, un accampamento, una bidonville. Alla Procura della Repubblica è sembrata più pertinente la definizione di campeggio o lottizzazione abusiva, e questo ha scritto nei fascicoli. E siccome Sant’Igori, così come sant’Imbenia si trovano in uno spicchio di paradiso che fa parte dell’area marina protetta di Porto Conte, nell’agosto del 2010 ha deciso che era giusto fare piazza pulita. I 256 soci della Liberturist srl, non hanno neanche fatto in tempo a organizzare il trasloco, o magari non lo hanno fatto per una questione di scaramanzia, come se fosse un arrivederci. Si sono opposti alla decisione del tribunale, ma per loro non sarà semplice giustificare la presenza di cemento, piazzole, strutture poco amovibili e ben piantate per terra a 300 metri dal mare.

Il processo va avanti lentissimo: il 18 dicembre 2012 c’è stata la prima udienza, che in pratica è servita per fare l’appello dei presenti e degli assenti. La prossima è fissata per il 16 luglio, ma riguarderà solo questioni procedurali e non entrerà nella sostanza della vicenda giudiziaria.

Duecentocinquantasei imputati sono un’infinità, sono trascorsi già tre anni solo per stabilire se le notifiche sono avvenute correttamente, e chissà quanto tempo occorrerà ancora per arrivare a sentenza. All’orizzonte è più vicina una prescrizione degli eventuali reati di abuso, che scatterebbe dopo cinque anni (dei quali tre sono già in cassaforte). Sant’Igori potrebbe anche risvegliarsi dal lungo letargo, ma molti di quei proprietari non ci sono più, e sarà comunque difficile resettare e ripartire d’accapo, perché quell’epoca romantica si è chiusa per sempre.

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