Nuovo ospedale, nessuna promessa

L’assessore regionale non si sbilancia e visita i reparti del Civile e del Marino. I medici elencano decine di carenze

ALGHERO. Ottenere un impegno formale,non se ne parla. L’assessore regionale alla Sanità Luigi Arru è ancora più medico che uomo di istituzioni e le promesse non fanno ancora parte dell’allestimento di serie che ogni politico ha in dotazione. Perciò l’ospedale unico ad Alghero ancora resta nell’orizzonte del miraggio, piuttosto che dentro una prospettiva reale. E forse è meglio così, perché in tanti anni ad ogni passerella politica è corrisposto un libro dei sogni sempre aggiornato.

Niente promesse. «Non sono nella posizione di poter creare illusioni – dice Arru – per la legge di Murphy non potevo capitare in un periodo peggiore per fare l’assessore. Ogni azione futura dipende dalla congiuntura economica generale, e tutti sappiamo che la sanità non se la passa bene. Ogni decisione è legata alla creazione della rete ospedaliera regionale, e finché non è stata predisposta non si possono mettere in campo singoli progetti. Anche i fondi ministeriali ex articolo 20, e stiamo parlando dei famosi 260 milioni, sono disponibili se calati in una visione d’insieme della sanità sarda. Prima di questo passaggio è inutile sbilanciarsi in inutili promesse. L’impegno per ora è quello di definire la rete ospedaliera prima della fine dell’anno, e valutare se l’ipotesi del nuovo ospedale in quest’ottica è percorribile».

Un nuovo ospedale. A dire il vero il sindaco Mario Bruno e il consigliere regionale Marco Tedde hanno tentato un pressing sull’assessore, cercando di metterlo con le spalle al muro per strappargli una promessa. «La sanità ad Alghero – ha detto Bruno – è allo sfascio. Occorre guardare avanti e fare una scelta coraggiosa. Il punto è questo: la Regione è d’accordo o no sul nuovo ospedale? Oppure pensa che delle strutture vecchie di decenni possano continuare ad essere rattoppate con interventi tampone?». E Tedde ha ribadito che una delle poche tematiche che in città ha sempre messo d’accordo la politica, sia di destra che di sinistra, è l’ipotesi di un accorpamento dell’ospedale Marino e del Civile in un’unico nuovo edificio. «Il Consiglio comunale si è sempre espresso in questo senso in maniera unanime, il terreno in zona Taulera è stato preparato con delle varianti urbanistiche, manca la volontà politica, la stessa che ha permesso al progetto di San Gavino di diventare realtà».

La visita. Che la sanità ad Alghero abbia bisogno di una importante trasfusione, l’assessore Arru lo ha constatato di persona. La visita nei singoli reparti del Civile e del Marino, per un’intera mattinata, e poi il faccia a faccia con i primari e con i medici è stata sicuramente illuminante. Ritornerà a Cagliari con una radiografia dettagliata delle strutture ospedaliera e con un lungo elenco di emergenze da affrontare. Innanzitutto si tratta di edifici degli anni 60, spesso degradati, ai quali i vigili del fuoco fanno le pulci sul profilo della sicurezza. Metterli a norma costa un patrimonio, sempre che sia sempre possibile farlo. E infatti i lavori di riqualificazione partiti nel 2004 vanno a rilento, e i soldi non bastano mai. In più l’ospedale Marino per una questione di razionalizzazione dei posti letto e di doppioni è finito nel libro nero e rischia la chiusura. Se si vuole salvarlo, l’accorpamento funzionale al civile ormai è una operazione non rinviabile nell’atto aziendale.

Le emergenze. E poi c’è la lunghissima lista delle cose che non funzionano srotolata dai primari e dai direttori delle unità chirurgiche che hanno partecipato all’incontro: ad esempio il piano di sicurezza dell’ospedale Civile che risale al 2011, e da quella data non è mai stato aggiornato. Le situazioni di rischio sono reali, sia per il personale medico che per i pazienti. Le autoclavi per la sterilizzazione dei ferri in sala operatorie sono guaste, e per sterilizzarli occorre portarli al Marino. Ma non esiste una figura incaricata per questo trasporto, perché l’autista si occupa solo della guida e non di maneggiare una valigetta. Quindi viene mobilitato un infermiere o un medico, che però sottrae tempo al proprio lavoro. Tanto più che le sale operatorie se la passano male senza bisogno di altri inconvenienti. La carenza di personale è cronica, i locali non sono a norma, e da mesi su tre potenzialmente disponibili, si opera solo in una sala. Formare nuovi chirurghi, in questo scenario, è diventato una chimera. Per l’endoscopia c’è un unico operatore, mancano posti letto per la lungo degenza e i pazienti vengono spediti a Ittiri. E quelli che restano devono fare i conti con gli impianti di condizionamento inadeguati o inesistenti. Il punto nascite ormai non è in grado di soddisfare le richieste. Quanto al Marino, c’è una generazione di specialisti in crisi di identità. Sono passati dal prestigio e dall’eccellenza, a un orizzonte di dismissione: «Di che morte dobbiamo morire?», si chiedono ortopedici e addetti alla riabilitazione. «Che futuro avete in serbo per noi?».

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