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Ecco come lo spopolamento impoverisce la Sardegna: gli effetti su lavoro, imprese e crescita

di Serena Lullia
Immagine simbolo dello spopolamento delle zone interne della Sardegna (foto Massimo Locci)
Immagine simbolo dello spopolamento delle zone interne della Sardegna (foto Massimo Locci)

Secondo il nuovo report del Centro studi di Confindustria Sardegna l’isola ha già perso oltre 1,7 miliardi di capacità produttiva

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Sassari La Sardegna perde abitanti, ma soprattutto perde futuro. E lo fa in silenzio, anno dopo anno, mentre i numeri si trasformano in un vuoto che non è solo demografico, ma anche produttivo, sociale, territoriale.

Il nuovo report del Centro Studi di Confindustria Sardegna, “Il costo dello spopolamento: demografia e capacità produttiva in Sardegna”, lo mette nero su bianco: l’Isola ha già perso oltre 1,7 miliardi di euro di capacità produttiva a causa del progressivo assottigliamento della popolazione in età lavorativa. Il dato più evidente è anche il più spietato: nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 0,91, il valore più basso d’Europa. A questo si affianca un tasso di natalità di appena 4,5 nati ogni mille residenti e una quota di over 65 che ha raggiunto il 27,4%.

La Sardegna, in sintesi, fa pochi figli ma è anche una regione già anziana che continua a invecchiare, mentre la base giovane si restringe fino a livelli critici. Il confronto con il resto d’Italia e con altri territori europei accentua il divario. Non è solo una questione di insularità, chiarisce il report: altre isole del Mediterraneo compensano il calo naturale con flussi migratori, mantenendo dinamiche demografiche più equilibrate. In Sardegna questo non accade. Il saldo resta negativo e l’età media, tra le più alte d’Europa, rende il sistema ancora più fragile.

Il confronto con l’Europa

Realtà come Malta, Baleari e Cipro mostrano dinamiche opposte: pur con natalità contenuta, registrano una crescita della popolazione grazie a forti flussi migratori. Malta, in particolare, combina un saldo naturale positivo con una migrazione molto elevata, raggiungendo uno dei tassi di crescita più alti d’Europa. Anche la Corsica, pur con crescita naturale negativa, riesce a compensare grazie all’immigrazione, mantenendo un saldo complessivo positivo. Tra le isole greche si registrano situazioni diverse: l’Egeo Settentrionale e Meridionale crescono grazie a un forte saldo migratorio, mentre Creta, pur in lieve calo, contiene le perdite grazie a una natalità più alta e a una popolazione più giovane rispetto alla Sardegna. Il livello di contrazione demografica sardo è paragonabile a poche aree dell’Europa occidentale, come Chemnitz in Germania. Tuttavia, a differenza di queste regioni, la Sardegna paga l’isolamento geografico, che rende più difficile compensare il calo.

La geografia interna

Nell’analisi della geografia interna il fenomeno assume contorni più profondi. Nei piccoli comuni, soprattutto sotto i mille abitanti, l’età media supera quella dei centri urbani e la presenza di giovani è ormai residuale. Qui lo spopolamento non è una tendenza ma una condizione strutturale. Meno residenti significa meno servizi, meno imprese, meno attrattività. E quindi ancora meno residenti, in un circolo che si autoalimenta.

Un declino anche economico

Il cuore del report sta però nella traduzione economica di questo declino. Nel 2005 la popolazione tra i 15 e i 64 anni rappresentava il 69,6% dei residenti; oggi è scesa al 62,8%. Se quella quota fosse rimasta invariata, la Sardegna avrebbe oltre 106 mila persone in età lavorativa in più. Tradotto: circa 44 mila occupati potenziali persi e un impatto diretto sulla capacità produttiva stimato in 1,705 miliardi di euro. Una perdita già in atto che si distribuisce in modo diseguale: le aree urbane concentrano la quota maggiore del valore perso, ma nei centri minori anche pochi lavoratori in meno possono compromettere la sopravvivenza economica di interi territori. 

La distribuzione territoriale

Il gap non è uniforme. In termini assoluti, il danno si concentra nelle aree più popolose: Cagliari (543,8 milioni, 31,9%) e Sassari (531,7 milioni, 31,2%) coprono oltre il 60% del totale, seguite da Sud Sardegna (308,8 milioni), Nuoro (184,3 milioni) e Oristano (136,4 milioni) Ma nei piccoli comuni l’impatto è più critico. Nei centri sotto i 1.000 abitanti, con età media oltre i 51 anni e bassa presenza di stranieri (circa 2,4%), anche pochi lavoratori in meno possono compromettere servizi e attività economiche Il quadro si aggrava considerando che il 32,8% della popolazione vive in aree rurali e il 36,4% nelle aree interne: qui lo spopolamento riduce la domanda locale, aumenta i costi dei servizi e accelera il declino. Il risultato è una doppia dinamica: perdita economica concentrata nelle città, ma rischio di desertificazione sociale ed economica nei territori minori.

Il commento

«La perdita di residenti non è soltanto una questione statistica: stiamo perdendo giovani, famiglie, lavoro e capacità produttiva –  afferma Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna -. Se anche non fossimo sul fondo delle graduatorie demografiche europee, la situazione sarebbe comunque problematica per via dell’insularità, che renderebbe complesso gestire il problema: ma con questi numeri, il quadro è davvero disarmante. La demografia non è una variabile esterna rispetto allo sviluppo economico, ma ne è una determinante fondamentale. Imprese e istituzioni devono collaborare per costruire un contesto che sia in grado di trattenere i giovani, ma anche di attrarre dall’esterno lavoratori, studenti e imprenditori». 

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