La Cina come la Barbagia, un altro mondo così vicino

Mariachiara Sini, dalla laurea in Sinologia al perfezionamento a Pechino «Imparare il pu tong huà, ossia il “mandarino”, non è una missione impossibile»

Un tempo era l’inglese la lingua del futuro. Ora invece è il cinese a prendere il sopravvento. Sembra che i manager di domani parleranno tutti cinese. Sarà così o è soltanto un mito?

«Questo argomento è stato al centro di analisi e discussione nell’ultimo laboratorio che ho frequentato in Cina. Con colleghi di tutte le nazionalità, assieme ai cinesi, ci siamo posti la stessa domanda. Il cinese è la lingua parlata dal maggior numero di persone al mondo, è un dato di fatto. E sempre più persone, manager, imprenditori, rivolgono lo sguardo al Dragone rosso, ma credo che se mai l’inglese passerà il testimone, avverrà fra non meno di qualche centinaio d’anni, se non di più!».

Così tanto?

«Sì, poichè la maggior difficoltà della lingua cinese sta, oltreché nella pronuncia, nella sua bellissima ma altrettanto complessa scrittura, con la peculiare forma pittografica. Ciò non significa che imparare il cinese sia impossibile, anzi... è una lingua talmente bella e affascinante che non si può non averne almeno un’idea di base. Anche perché la lingua è da sempre il miglior metodo per comprendere una cultura».

Una cultura così lontana dalla nostra...

«Non direi. Tant’è vero che noi italiani veniamo chiamati “cinesi d’Europa” nel Paese che accolse Marco Polo e Matteo Ricci. Perché? Perché ritengono che come loro abbiamo un forte senso della famiglia, dell’amicizia, che siamo allegramente chiassosi e festaioli come loro, amiamo il buon cibo e la bellezza nelle sue varie forme, lo sport. A me veniva da sorridere, perché in Cina avevo spesso l’impressione di stare in Barbagia! Circondata nei locali più tipici da gruppi di giovani e meno giovani che giocavano a carte, a morra, il tutto condito da mille “gan bei”, brindisi, con quelli che per noi sono i marzianeddi, tali e quali, sgranocchiando “bing” di tutti i tipi, focacce molto simili al nostro pane lentu e carasau... mi chiedevo se ero davvero in Cina?».

Perché lei ha deciso di studiare il cinese? Quale cinese ha studiato e dove?

«È una passione innata. Avevo iniziato sin da ragazzina a studiare il giapponese, l’hiragana e il katakana, da autodidatta. Poi decisi che le lingue sarebbero state il mio percorso, sognavo di andare in Giappone. Mi iscrissi all’università di Perugia, dove frequentai Sinologia, innamorandomi definitivamente del cinese, per poi trasferirmi all’Isiao (Istituto di lingue e culture per l’Africa e l’Oriente) di Milano, perché volevo qualcosa di più mirato, specifico, volevo parlarle, le lingue, non solo studiarne la struttura e all’Isiao per un docente italiano ne avevamo due madrelingua. Lì ho conseguito il diploma internazionale in lingua e cultura giapponese, seguendo poi lo stesso percorso per il cinese, concluso all’Isiao di Roma, perfezionato poi alla Blcu university di Pechino grazie ad una borsa di studio del ministero cinese, che non avrei mai pensato di vincere visto che non avevo alcun “aggancio”».

Conosce anche altre lingue? Quali?

«Frequentando la Cina anche il mio livello delle lingue europee quali l’inglese, lo spagnolo, il francese, ne ha guadagnato, perché lì incontri gente di tutto il mondo. Anche se io preferivo sempre stare fra orientali, kazaki, afghani, in modo da usare il più possibile il cinese per comunicare. Quello che noi studiamo è il pu tong huà, conosciuto come mandarino, che è il cinese standard, quello che viene usato nei mezzi di comunicazione, adottato nelle occasioni ufficiali e insegnato nelle scuole, e che convive assieme a molte altre varianti linguistiche».

Quante sono, le varianti?

«In Cina contiamo almeno 26 lingue diverse, più i vari dialetti e le sottovarianti locali. Un cinese del nord e uno del sud possono parlare lingue reciprocamente incomprensibili, ma tra gli stessi cinesi del nord la comunicazione è spesso difficile. I miei vecchi docenti lo ripetevano spesso: “Io sono del nord, ma i pechinesi no, non li capisco”».

Più o meno come succede in Sardegna.

«Pensiamo alla Sardegna di cento anni fa: l’italiano era la seconda lingua, andava studiata e non tutti la padroneggiavano, un cagliaritano non capiva di certo un barbaricino che si esprimeva in limba stretta... succede anche oggi, peraltro. Ecco: in Cina le proporzioni sono solo un po’ più grandi. In più c’è una “rivalità” territoriale divertente, una contesa da sempre in atto, e anche qui mi ricorda l’Italia, la nostra Sardegna: i pechinesi sarebbero i “veri” cinesi, mal sopportano gli abitanti di Shanghai, che accusano di parlare come “femminucce” e non saper reggere l’alcol, e a Shanghai viceversa, idem... Insomma: tutto il mondo è paese».

Che possibilità lavorative offre la lingua cinese?

«I cinesi sembrano un po’ difficili da gestire, ma fondamentale è anche il modo in cui noi ci poniamo e quali obiettivi vogliamo raggiungere. Oggi studiare cinese è molto trendy, è molto “2.0”, tutti ci pensano, e poi magari mal sopportano i cinesi o non sopportano stare in Cina. Le occasioni di lavoro, comunque, non mancano certo, ma ci si deve impegnare, insistere, stringere i denti, e soprattutto nel caso degli interpretariati, costruirsi una professionalità che verrà apprezzata col tempo e grazie al lavoro sul campo, ma se si padroneggia la lingua, le possibilità sono tante, in tanti campi, del turismo, della moda... ».

La Cina invade il mercato globale. L’invasione sarà totale anche in Barbagia?

«Sono scettica rispetto alla prospettiva di un’invasione della Barbagia da parte cinese, ci sono tanti altri territori più adatti in quanto meno dormienti, meno carenti dal punto di vista dei servizi e dei mezzi, dell’interazione istituzioni-cittadino, noi abbiamo ancora tanto da fare. Questa è la nostra debolezza ma anche il punto di forza».

La Sardegna potrà espandere il proprio mercato verso la Cina? Il pane carasau conquisterà mai il Dragone rosso?

«Il nostro è un territorio dalle grosse potenzialità, che potrebbero venire ad esempio dal campo del turismo, sia esso naturalistico, culturale, enogastronomico e così via. A patto però di non vivere di fantasie campate in aria, ma di cominciare sin da ora ad organizzarci seriamente per conoscere e accogliere al meglio i futuri visitatori, offrire servizi mirati e avvalerci di competenze specifiche, che vedono le basi certamente nella conoscenza dei loro usi e costumi, oltreché della lingua. Possediamo tutte le carte per accogliere al meglio quelli che verranno, e portare con fierezza la nostra Sardità in Cina, attraverso il nostro cibo, certo, ma anche l’arte, i nostri pittori, artigiani, la cultura a 360° insomma».

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