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Nuoro

Via al processo d’appello per Contu

Via al processo d’appello per Contu

Il 23enne di Gavoi, già condannato in primo grado, sarà oggi davanti ai giudici del tribunale dei minori di Sassari

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NUORO. A 23 anni è dura avere il futuro già delineato, almeno per quanto riguarda i prossimi 16 anni. La giovinezza da trascorrere dentro un recinto e ogni momento della giornata scandito da orari e obblighi imposti da altri. Nell’immediato futuro di Pierpaolo Contu, 23 anni, di Gavoi, c’è il carcere. Una condanna pesantissima per omicidio premeditato: 16 anni. L’omicidio di Dina Dore, la mamma di Gavoi morta per asfissia, dopo essere stata incerottata da testa a piedi, dentro il portabagagli della sua Fiat Punto rossa. E per la cui morte è a giudizio in Corte d’assise a Nuoro il marito Francesco Rocca, accusato di essere il mandante del delitto.

Era un ragazzino, all’epoca dei fatti, il 26 marzo 2008, Pierpaolo Contu: aveva appena compiuto 16 anni. E ora pur essendo maggiorenne sarà processato per la seconda volta dal tribunale dei minori: tre giudici togati e due esperti. Il processo d’appello si aprirà stamattina a Sassari. I difensori di Contu, gli avvocati Gianluigi Mastio e Mariella Masia, hanno lavorato a lungo sulle motivazioni della sentenza di primo grado, pronunciata dal gup del tribunale dei Minori, Antonio Minisola, il 24 dicembre 2013, e oggi presenteranno una dettagliata relazione nella quale elencheranno quelle che a loro parere sono le incongruenze emerse nell’inchiesta e che hanno portato alla condanna del loro assistito. A cominciare dall’elemento più evidente e più consistente, sul quale si sta continuando ancora a indagare: il dna rilevato sul nastro adesivo con il quale era stata incerottata Dina Dore. L’unica certezza è che non è di Contu. Ma il ragazzino, che lavorava come operaio nella bottega di artigiano del ferro del padre, a Gavoi, è stato incastrato da altri elementi e, soprattutto, dalle accuse del superpentito Stefano Lai. Gli avvocati Gianluigi Mastio e Mariella Masia hanno sempre sostenuto e continueranno a sostenere la tesi della «lucida macchinazione nei confronti del loro assistito. Un intero apparato di accuse montate ad arte e messe su da chi, evidentemente, voleva allontanare i sospetti da se stesso o da qualcuno a lui vicino».

Erano circa le 18.30 del 26 marzo 2008. Ad attendere Dina Dore di ritorno dalla casa della mamma con la figlioletta Elisabetta, secondo il gup del tribunale dei minori, c’era Pierpaolo Contu. E così, era partito dalla pena massima consentita in casi di omicidio premeditato affrontato dal tribunale dei minori: 30 anni. Dopo aver riconosciuto le attenuanti generiche, era sceso a 24 anni, ai quali aveva tolto un terzo per lo “sconto” di pena legato al rito abbreviato. Arrivando così a 16 anni. (plp)

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