Tre milioni per l’industria che non c’è
Otto anni dopo l’Accordo di programma partono i lavori per le infrastrutture. Intanto le aziende hanno gettato la spugna
OTTANA. Un investimento di due milioni e 932mila euro per riqualificare e rammodernare il sito industriale di Ottana. Questo l’importo dei lavori che hanno preso l’avvio nei giorni scorsi con un appalto bandito da InvItalia, la società di ingegneria produttiva del ministero per lo Sviluppo economico che si occupa del rilancio dei siti industriali in crisi o dismessi. I lavori sono stati aggiudicati all’impresa Monsud di Avellino, che, a sua volta, con un subappalto, li ha affidati a un’impresa locale che ha appena aperto il cantiere. Detta così la notizia sembrerebbe di quelle positive, ma, a scavarci dentro, si scoprono risvolti diversi. Visti sotto il profilo storico ed economico, infatti, i lavori appena cominciati (peraltro con scarsa manodopera) rappresentano l’ennesima contraddizione del travagliato percorso dell’area industriale del centro Sardegna.
Da una parte, infatti, siamo di fronte a un investimento milionario per migliorare o, addirittura, costruire ex novo le infrastrutture di un sito ridotto a brandelli da quaranta anni di incuria, dall’altra, invece, assistiamo da anni alla fuga e alla chiusura delle aziende insediate e al licenziamento dei lavoratori proprio per la carenza dei supporti logistici e per i costi elevati dei servizi.
Come dire, insomma, che quando c’erano le fabbriche non c’erano le infrastrutture e ora che si stanno facendo le infrastrutture non ci sono le fabbriche. Anche se, a dire il vero, la realizzazione dei lavori punta ad attirare l’insediamento di nuove aziende e ad arginare la frana del poco rimasto. Ma anche in questo caso, la notizia potrebbe avere un valore positivo soltanto in apparenza. L’investimento, infatti, arriva con otto anni di ritardo dalla firma dell’Accordo di programma per la reindustrializzazione e la competitività dell’area industriale di Ottana, Bolotana e Noragugume sottoscritto in pompa magna a Roma il 26 luglio del 2007 da Stato, Regione, Provincia e Consorzio industriale. Otto anni che sembrano anni luce.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Basta dire che nel 2007 la centrale elettrica era passata da appena due anni dagli americani dell’Aes alle mani di Paolo Clivati con il nome di Ottana Energia e che la fabbrica del Pet (plastica per bottiglie), ora ferma, era ancora di proprietà della multinazionale Equipolymers. Di Indorama, il gruppo thalilandese socio di Clivati in Ottana Polimeri, si sarebbe parlato solo nel 2010, quando, quelle infrastrutture, dovevano essere già realizzate. Invece, la storia racconta di un investimento milionario non solo giunto con troppo ritardo, ma anche svalutato sotto il profilo della rilevanza economica.
L’investimento, insomma, appare già dimezzato dai ritardi della politica e della burocrazia e, quindi, non più sufficiente per garantire un nuovo volto alla derelitta area industriale del centro Sardegna dove manca persino l’Adsl. Non solo. C’è il rischio che quelle infrastrutture, una volta realizzate, rimangano inutilizzate per mancanza di fruitori. Soprattutto se, la vertenza ancora aperta di Ottana Polimeri, non sarà risolta prima della scadenza della cassa integrazione dei lavoratori fissata per il 9 novembre prossimo. Senza dimenticare che il regime di essenzialità tiene in bilico le sorti di Ottana Polimeri. Le contraddizioni di Ottana, insomma, non sono ancora infinite.
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