La Nuova Sardegna

Nuoro

La chiusura di Idea motore «È un massacro sociale»

di Stefania Vatieri
La chiusura di Idea motore «È un massacro sociale»

Il dramma degli ultraquarantenni tagliati fuori da qualsiasi ammortizzatore Gli operai: «Continuiamo a sperare finché le macchine non saranno vendute»

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NUORO. «È un massacro sociale. Entro dicembre solo in Sardegna saremo 17.000 in questa drammatica situazione». A parlare è Olì Pala, ex operaia della fabbrica nuorese Am Italia, per la quale il 31 agosto 2014 è scaduta l’ultima proroga della mobilità, bloccata in base alla normativa nazionale che ha riformato gli ammortizzatori sociali (decreto Poletti).

Sono sette gli ex operai della fabbrica di motori elettrici di Pratosardo, tutti con un’età media di 50 anni, assunti periodicamente dal 2009 a tempo determinato da Am Italia, la società con sede a Brescia che prese in affitto i capannoni e i macchinari della fallita Idea motore, che da oltre un anno vivono l’assurdità di una legge che li ha lasciati per strada – dicono. Il loro reddito da oltre un anno è pari allo zero, e ora che la fabbrica di motori elettrici di Pratosardo ha chiuso definitivamente la situazione si è aggravata ulteriormente, «siamo il dramma nel dramma – spiega l’ex operaia –, perché oltre agli undici lavoratori recentemente licenziati, ci siamo anche noi, gli ultra quarantenni tagliati fuori da tutto: mobilità in deroga, Flexicurity, Garanzia Giovani e Naspi (la nuova indennità di disoccupazione partita il 1 maggio)». «Sono entrata a lavorare in fabbrica nel 2001, nell’allora Idea motore – racconta Olì Pala –. Un sogno per il territorio nuorese e per noi donne (l’80 per cento del personale assunto era femminile). Fino a quel maledetto 2008, quando fummo messi quasi tutti in cassa integrazione. Le speranze si sono riaccese l’anno dopo con la nuova società, subentrata ad Idea motore, che prese in affitto la fabbrica. Con Am Italia eravamo circa una trentina a lavorare, tutti a tempo determinato, dodici di questi nel 2013 furono assunti con un contratto indeterminato perché avevano raggiunto i 30 mesi lavorativi, come stabiliva la legge».

Aggrappati a questa flebile speranza, la vita degli operai che ruotavano ciclicamente attorno a quelli stabilizzati, è andata avanti tra incertezze e precariato. «Anche noi ambivamo al posto fisso e quindi eravamo disposti a tutto, spesso ci chiamavano all’ultimo minuto. Anche se nel frattempo la legge era cambiata e i mesi per essere assunti a tempo indeterminato dovevano essere 36. Ma la speranza c’era, e a dirla tutta non era poi così lontana dal realizzarsi, perché anche il contesto remava verso quella direzione». «Ho 54 anni una famiglia e due figlie, una di queste l’anno prossimo andrà all’università, e così la vita è davvero difficile. Non mi piace arrendermi, piangermi addosso, ma dopo 15 anni di duro lavoro in fabbrica non mi possono parcheggiare così, con l’aggravante che essendo una donna le possibilità di essere assunta sono nettamente inferiori. Un piccolo barlume di speranza ancora c’è, fino a quando la fabbrica rimane intatta, e i macchinari non verranno venduti, allora possiamo ancora lottare. Ma per la rinascita abbiamo bisogno delle amministrazioni locali e della Regione, perché questa realtà non muoia definitivamente».

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