La Nuova Sardegna

Nuoro

Sette giorni di riti sacri tra corfarjos e gozos

di Franco Stefano Ruiu
Sette giorni di riti sacri tra corfarjos e gozos

Da Desulo a Sarule e Bortigali, dalla Barbagia alle Baronie e al Marghine Un itinerario di fede profonda segnato da tradizioni antichissime

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di Franco Stefano Ruiu

I riti tradizionali della Settimana Santa non sono mai riuscito a considerarli folklore. Non ci riesco. Mi sembra di svilirne il valore. Folklore per me è il Carnevale non sa Chida Santa. Non la si può considerare una mascherata giusto perché sos corfarjos indossano abiti che non appartengono al quotidiano vissuto. Se poi fra costoro ci dovessero essere persone superficiali che per l’occasione intendono “apparire”, beh, mi dispiace per loro perché non si rendono conto del male che fanno a una pietas popolare vecchia di secoli. È da una vita che rincorro l’evento in tutta l’isola, con immutato interesse e appagamento interiore.

Immutato perché da allora nulla sembrerebbe cambiato. Anticamente i riti tradizionali della Settimana Santa si praticavano in tutti i borghi dell’isola, poco ma sicuro. Purtroppo il tempo ne ha falcidiato i confini e in molte località sa Chida Santa ha smesso di esistere. I luoghi dove la stessa sopravvive per “intero” sono rimasti pochi, ed est una lastima.

Ugualmente pochi quelli nei quali ne perdura una parte soltanto. Infiniti, invece, quelli in cui i riti della tradizione sono scomparsi del tutto. In più di trent’anni di scorribande, inseguendo riti e usanze locali, degni di essere immortalati e studiati, so di aver calpestato la polvere dell’isola intera e so anche di morire col rimpianto di non aver visto abbastanza, altro che cercarne altrove.

Molto di quello che accade appartiene purtroppo alle altre provincie, ciò non vuol dire che dalle nostre parti non ci sia rimasto abbastanza.

Gemma preziosa, così come altrove, sas cunfrarias. È laddove continuano ad esserci che sopravvivono i riti di un tempo proprio in virtù della loro caparbia resistenza al nuovo che avanza. Quindi, per esperienza acquisita, a chi desiderasse accostarsi a questo mondo di antiche orazioni, canti e gesti consolidati, di buon grado mi permetto di dare consigli per un itinerario mirato.

La speranza è che i campanili esclusi dall’elenco delle raccomandazioni non se l’abbiano a male. A tale proposito va detto che se le visite effettuate, in tempi non sospetti, non hanno saputo produrre interesse in chi scrive, la colpa non è da attribuirsi di certo a chi l’interesse non è riuscito a trovarlo. Cominciamo con la Domenica delle Palme. Dopo aver vissuto intensamente quella di Desulo confesso con tutta onestà che non ci possono essere alternative in quanto ad appagamento. Il luogo, il rosario cantato, la magia dei costumi indossati da sas priorissas, sas prammas pinzigorradas e tanto ancora, rendono l’evento irripetibile altrove, provare per credere. A seguire c’è il giorno dedicato a sos Misterios, vale a dire ai Simboli della Passione. Nella nostra Provincia, che io sappia, soltanto Orosei è riuscita a conservare l’evento. Il tardo pomeriggio del martedì, un insieme di piccole statue del Cristo dolente, raffiguranti i vari momenti della Passione, viene portato in processione per i viottoli del paese. Sos Tzi-omos sono accompagnati dal simulacro della Madonna e dal canto malinconico de sos gozos eseguito da. lle confraternite locali. Ovviamente niente a che fare con i Misteri di Castelsardo, ma ne vale ugualmente la pena. Il giovedì, Jovia Santa, è il giorno della lavanda dei piedi e de sos Sepurcros che sono allestiti nelle sette chiese da visitare. In questo caso il ventaglio delle proposte si allarga perché la tradizione è rimasta un po’ ovunque.

A fare la differenza, in quanto a interesse, contribuiranno ovviamente la partecipazione delle confraternite, laddove sopravvivono, i loro canti polifonici, l’abbellimento dei luoghi sacri dove i Sepolcri sono stati allestiti e infine il valore dei centri storici delle località che si vorrebbero visitare. Al lettore l’imbarazzo della scelta… Nei luoghi dove la visita delle chiese avviene la mattina del venerdì, la stessa diventa sas Chircas non più sos Sepurcros. Per l’occasione ritengo meritevole di attenzione il corteo mattutino di Bortigali: bei luoghi, confraternite rispettose dei canoni consolidati, canti polifonici di indubbio valore. A seguire s’Incravamentu.

Laddove l’usanza perdura (sia di giovedì notte che di venerdì mattina) il simulacro del Cristo viene prelevato dai confratelli, dalla teca che lo custodisce tutto l’anno, per essere messo in croce. È superfluo rammentare che il rito si compie laddove nottetempo si svolgerà s’Iscravamentu. Nella nostra provincia il rito della messa in croce si compie stranamente “in privato”, vale a dire che i confratelli, per l’occasione, non recano il saio. Ne consegue che l’interesse fotografico viene a cadere, non di certo quello per la riflessione interiore. Il “discendimento” dalla croce è indubbiamente uno dei momenti “sacrali” dell’intera Settimana di Passione, accade la sera del Venerdì Santo, Chenapura Santa. S’Iscravamentu avviene tuttora in molti paesi della nostra provincia, ed è una fortuna perché, ovunque si svolge, il pathos non viene mai meno. Non rimane che l’imbarazzo della scelta. Fra i più conosciuti assai accreditato è quello di Sarule con i “celebranti” che indossano costumi di foggia antica. A fare la differenza, oltre a sos corfarjos, il popolo che canta le melodie della tradizione. Infine Pasca ‘e Aprile con s’Incontru. Anche in questo caso vale quanto detto poc’anzi. L’usanza è quanto mai viva in molti paesi con pari esuberanza festiva. Un consiglio: Iniziate il giro da dove vi pare purché lo iniziate, il resto è vita. Bonas Pascas e a largos annos chin salude.

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