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cronaca

La Procura: «L’inchiesta non si ferma»

Lanusei: niente indagati, ma fiale e moduli di consenso restano sotto sequestro. Si collabora con il garante della privacy


21 settembre 2016 di Paolo Merlini


INVIATO A LANUSEI. «Confermo che al momento non ci sono indagati, e che l’inchiesta nata dalla denuncia del presunto furto dei campioni di Dna continua su questo filone, anche se potrebbe in seguito riguardare altre ipotesi di reato. Certo è che in questa vicenda ci sono aspetti a dir poco singolari che riguardano la tutela dei dati personali». A parlare è Biagio Mazzeo, procuratore della Repubblica di Lanusei, che conduce l’inchiesta sui campioni di Dna e che nei giorni scorsi ha disposto il sequestro del materiale ritrovato nelle sedi in cui si svolgeva l’attività di ricerca dell’ex SharDna, la società andata in fallimento e poi finita all’asta assieme al patrimonio genetico di 13mila ogliastrini.

Non c’è stato alcun furto, dice il genetista Mario Pirastu, che ieri è stato sentito nella caserma dei carabinieri di Jerzu dal capitano Giuseppe Merola. Nulla è trapelato sulla deposizione di colui che per anni è stato a capo del progetto di ricerca. Presumibilmente Pirastu ha ribadito la versione che nei giorni scorsi ha portato al “ritrovamento” delle provette (sparite dal Parco Genos di Perdasdefogu) nei laboratori della clinica oculistica dell’ospedale San Giovanni di Dio a Cagliari. «Le ho spostate io per effettuare la ricerca», ha detto Pirastu, ma è probabile che debba fornire ulteriori spiegazioni su trasferimenti effettuati con evidente disinvoltura. A questo proposito il responsabile tecnico del laboratorio di Perdasdefogu, Debora Parracciani, unica dipendente del Parco Genos, colei che aveva dato il via all’indagine dei carabinieri con la denuncia del furto dei campioni, lunedì si è presentata dalle forze dell’ordine e avrebbe ribadito di non essere mai stata messa al corrente di un eventuale trasferimento delle provette. Forse uno degli “aspetti singolari” della vicenda ai quali fa riferimento il procuratore Mazzeo è proprio questa apparente faciloneria nel trasporto da un luogo all’altro di un materiale così delicato.

Un altro aspetto dell’inchiesta riguarda poi l’eventuale violazione del diritto alla privacy delle persone che, per determinati scopi, hanno acconsentito al prelievo del sangue dal quale estrarre il Dna e hanno fornito i propri dati personali. Questi ultimi sono stati incrociati con i dati forniti dalle 10 amministrazioni comunali coinvolte che hanno permesso di ricostruire gli alberi genealogici (sino all’Unità d’Italia) insieme a quelli ricavati dagli archivi diocescani (che consentono una ricerca sino a primi del 1600). Non a caso, la Procura di Lanusei ha posto sotto sequestro anche le dichiarazioni di consenso informato rilasciate dai cittadini per il trattamento dei propri campioni di Dna e dei dati personali e familiari. Il lavoro degli inquirenti dovrà dunque appurare se il consenso sia stato rilasciato per più utilizzi (dunque con moduli diversi tra loro, o successivi a un primo consenso di massima) e se dati e Dna siano stati effettivamente usati per ciò per il quale erano stati richiesti. Un altro passo riguarda la collaborazione, già avviata, tra la Procura di Lanusei e l’autorità nazionale per la privacy, alla quale spetta l’autorizzazione al trattamento dei dati genetici. C’è infine il fatto che gli esiti della ricerca di SharDna sono stati venduti alla società britannica Tiziana Life Sciences in un’asta fallimentare: «È probabile – conclude il procuratore di Lanusei – che in questa fase non sia stata tenuta in giusto conto la tutela della riservatezza delle persone che avevano aderito al progetto di ricerca».

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