Industria anno zero, l’affaire Ottana
“Senza passare dal VIA”, un documentario dei registi Sanna e Siotto che racconta la fabbrica dalla nascita sino a oggi
NUORO. La Media Valle del Tirso doveva diventare un’area industriale, su questo punto erano tutti d’accordo. Lo voleva la Dc, in linea con le conclusioni della Commissione d’inchiesta Medici sul banditismo e sulla base del Piano di rinascita della Sardegna, lo voleva il Pci che sognava la nascita di una classe operaia in un territorio dove l’attività prevalente era la pastorizia. Ma perché fu scelta proprio la chimica?
Filmati dell’epoca. È una delle tante domande alle quali tenta di rispondere il film-inchiesta “Senza passare dal VIA”, ultimo lavoro dei registi Antonio Sanna e Umberto Siotto presentato sabato al teatro Eliseo. Un documentario di 80 minuti che ha tenuto incollato il pubblico delle due proiezioni con immagini dell’epoca e dei giorni nostri, e testimonianze dei diretti protagonisti di quelle scelte o delle loro conseguenze: politici, amministratori locali, operai, sindacalisti. Sanna e Siotto hanno lavorato per oltre un anno e mezzo, sostanzialmente a proprie spese (se si esclude un piccolo contributo dell’Isre), per raccogliere notizie e materiale risalente alla fine degli anni ’60 (i filmati sono stati messi a disposizione dalla Cineteca Sarda), quando il progetto di industrializzazione venne avviato, per passare ai primi anni ’70 quando fu effettivamente realizzato. Gli anni successivi raccontano sostanzialmente una delle avventure industriali più tormentate d’Italia, con attività a singhiozzo, avvicendamenti societari, chiusure annunciate, mobilitazioni sindacali e ammortizzatori sociali. Sino alle truffe del Contratto d’area degli anni ’90, le conseguenze ambientali e le morti per l’amianto, la sostanziale fuga degli ultimi imprenditori rimasti. Sotto traccia, accanto al fiume Tirso, oggi fortemente inquinato, scorre un altro fiume, quello di denaro pubblico finito in iniziative imprenditoriali nate già in perdita, o fuori mercato.
Due miliardi di euro. Di che somme parliamo? Sanna e Siotto ritengono che oggettivamente si possa parlare di due miliardi di euro spesi nell’arco di quarant’anni, ammortizzatori sociali inclusi. Un aspetto affatto marginale, quest’ultimo, perché l’epilogo dell’affaire Ottana è forse all’origine della sua nascita. Illuminante in questo senso la testimonianza di Mario Lai, oggi decano degli avvocati nuoresi, allora giovane e colto amministratore di Ottana, di cui fu sindaco dal 1970 al 1980. Nel film racconta le confidenze raccolte in quel periodo dai vertici di Anic e Montedison: «Mi dissero espressamente che quell'industrializzazione aveva una durata temporanea, ben limitata. La localizzazione, i costi delle materie prime, i trasporti e i prodotti finiti erano tali per cui Ottana non poteva competere sul mercato con altri prodotti della stessa specie e dello stesso livello. Mi dicevano: questo sito avrà una durata temporanea che servirà ad arrestare i fenomeni di spopolamento e di banditismo, ma alla fine di un ciclo di 20/25 anni dovete capire che questa industria dovrà cessare perché non sarà più competitiva». Insomma, era tutto già scritto. E perché la chimica?
«La chimica – dice il sociologo Gianfranco Bottazziintervistato da Sanna e Siotto – era in grande ascesa, siamo alla fine degli anni ’60. In italia c'erano alcuni gruppi (come la Sir di Rovelli, ndr) molto importanti anche a livello internazionale, l'Eni e la Montedison, le partecipazioni statali. I capitali erano pubblici ed era possibile fare grandi investimenti».
Vocazione delinquente. Bachisio Bandinu, antropologo: «Non è vero che la Commissione Medici abbia immaginato una fabbrica a Ottana così come si è configurata con la petrolchimica, anzi c'era l’intendimento di produrre attività che in qualche modo mutassero sì l'economia pastorale, però fossero anche partecipi degli sviluppi dell'economia agropastorale stessa. Invece la scelta cadde, perché così era più confacente ai capitali internazionali, e anche alle banche e alla politica italiana, su una forma di industria rivoluzionaria rispetto all’ambiente, che capovolgesse la struttura antropologica del luogo. Si voleva porre fine a una società agropastorale a vocazione delinquente, è scritto in alcuni documenti». Su questo aspetto ci fu addirittura una tesi di laurea. Giovanni Columbu, oggi uno dei più apprezzati registi sardi, nel 1975 si laureò in architettura a Milano con la tesi “Il golpe di Ottana: il processo di industrializzazione della Sardegna centrale come strumento di colonizzazione del territorio”, che poi divenne un libro. «Si sosteneva un cambiamento così radicale violento perché i fenomeni criminali, primo fra tutti il banditismo, venivano considerati come organici di quell'ambiente, non devianze ma espressioni di quel mondo».
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