Fiore sardo, guerra per il marchio
Gavoi, la reazione dei pastori alla richiesta del pagamento della royalty da parte del Consorzio
GAVOI. Pastori contro industriali e industriali contro pastori. L’eterna diatriba che vede contrapporsi i due principali poli dell’agroalimentare sardo, costretti a dipendere inevitabilmente l’uno dall’altro, si allarga anche all’ambito della tutela della Dop (Denominazione di origine protetta) del Fiore sardo. In un periodo in cui il latte è ai minimi storici (l’anno scorso crollato a 0,50/0,60 centesimi al litro, quest’anno si risolleva a rilento, attestandosi intorno agli 0,85 centesimi al litro), non sembra andare meglio per chi invece lavora in azienda il proprio latte e spera in questo modo di vedere retribuito il proprio prodotto in modo più adeguato. La Befana infatti quest’anno anziché portare doni che placassero i danni di un’annata pessima, si è travestita da porta lettere e ha recapitato ai pastori produttori di Fiore sardo una richiesta di pagamento di una royalty.
A coloro che non fanno parte del Consorzio di tutela, è stato chiesto, proprio dall’ente, la corresponsione di 3mila euro più Iva biennali, per poter continuare a certificare le proprie forme sotto la Dop. L’adesione al Consorzio non è infatti obbligatoria per produrre il principe dei formaggi di Barbagia, mentre basta aderire al sistema di controllo Ineq, che verifica tutte le fasi di lavorazione. Punto questo che evidentemente non è stato condiviso dai vertici del Consorzio che fanno capo al gavoese Antonio Sedda, dirigente della industria casearia Sepi Formaggi.
Per capire come si è arrivati ad associare un Consorzio che tutela ciò che la tradizione vuole prodotto direttamente in azienda a latte crudo (quindi non pastorizzato) con un rappresentante della industria casearia, occorre fare un viaggio a ritroso nel tempo, a quando cioè il controllo del Consorzio non si basava sulla quantità del latte lavorato. Allora a detenere il comando erano i pastori. Quando poi il Ministero ha riconosciuto il requisito della quantità, gli allevatori sono stati messi in minoranza e l’industria, che produce più del 70% di Fiore sardo, ha preso le redini dell’ente.
Molti pastori sono usciti sbattendo la porta, sostenendo che l’industria, visti i litri di latte lavorati, non può rispettare il disciplinare di produzione. Ora dopo un periodo di guerra fredda e di sguardi a distanza, la richiesta dei 3mila euro riaccende la polemica. Così i pastori per tutelarsi dalla richiesta del Consorzio di tutela, (il gioco di parole non è voluto), fanno quadrato, riunendosi nel Gruppo spontaneo produttori storici Fiore sardo. Una trentina di allevatori barbaricini vogliono infatti «fare chiarezza sulla legalità della richiesta – spiegano –. Il contenuto della comunicazione, infatti, prescinde dalla effettiva dimensione della produzione: può così avvenire che un piccolo produttore con 5 quintali annui di prodotto veda crescere il costo di produzione del proprio prodotto di 3 euro al kg. Il pagamento, inoltre, rappresenterebbe, secondo il parere legale, una violazione del regolamento che concerne la ripartizione dei costi derivanti dalle attività dei Consorzi di tutela delle denominazioni di origine protette (decreto ministeriale 12 settembre 2000 n. 410) il quale prevede che ciascun produttore della Dop dovrà contribuire con una quota commisurata alla quantità di prodotto controllata dall’organismo».
Una richiesta che i pastori considerano un «atto di coercizione al fine di costringere l’ingresso nel Consorzio. Una vera e propria privazione della nostra libertà di essere produttori non consorziati – affermano – in quanto i soci aderenti al Consorzio, secondo quanto scritto nella missiva, non sono tenuti a pagare tale royalty. Abbiamo incaricato il legale Ivo Loi e abbiamo inviato una comunicazione ufficiale indirizzata al ministero delle Politiche agricole, all’assessorato regionale all’Agricoltura e all’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi, richiedendo di intervenire al fine di intimare al Consorzio la revoca della richiesta oggetto di dibattito e di astenersi dall’intraprendere ulteriori azioni che violano le norme poste al presidio della Dop».
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