«Latte, un prezzo stabile per tre o cinque anni»
di Giusy Ferreli
L’assessore Caria in visita alla mostra degli ovini di Macomer lancia un appello «Non dovrebbe scendere sotto gli 85 centesimi. Oggi non c’è sovrapproduzione»
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MACOMER. «I dati in nostro possesso ci dicono che oggi in Sardegna non ci sono sovrapproduzioni di latte e che un giusto prezzo da riconoscere agli allevatori deve almeno tenere conto della media raggiunta negli ultimi anni». L’assessore regionale all’Agricoltura Pierluigi Caria ha vestito i panni del mediatore, pur sapendo che, nell’annosa diatriba sul prezzo del latte tra produttori e industriali, è quanto mai difficili trovare un punto di incontro.
Lo ha fatto ieri mattina a Macomer, nella partecipatissima Mostra degli ovini di razza sarda che ogni anno richiama centinaia di allevatori da tutta l’isola. Caria, in giro per gli stand, si è confrontato con i pastori sulle problematiche del comparto (dalla siccità alla Blue tongue) e ha rivolto l’appello a tutti gli attori della filiera, in particolare ai trasformatori. Le sue dichiarazione sono arrivate nel bel mezzo della querelle che sta animando il mondo delle campagne. Ma non solo. L’assessore ha individuato quello che ha suo giudizio potrebbe essere il giusto prezzo per il latte. «Lo diciamo da mesi nei diversi incontri pubblici o nei tavoli di confronto istituzionali. Sarebbe quindi auspicabile che il prezzo non scenda sotto gli 85, 90 centesimi di euro al litro» ha proseguito l’assessore confrontandosi con gli allevatori presenti alla mostra. «Un prezzo stabile – ha aggiunto –, per almeno 3 o 5 anni, permetterebbe infatti alle nostre aziende di fare una programmazione seria ed efficace con prospettive di crescita decisamente più solide rispetto a quelle attuali». Il saliscendi del valore di mercato del latte – secondo l’analisi dell’esponente della giunta Pigliaru che ha rilasciato queste dichiarazioni nel bel mezzo della querelle che sta animando il mondo delle campagne – è il nemico peggiore dei pastori che sono ostaggio di dinamiche commerciali spietate di cui non hanno colpe dirette. Caria ha anche auspicato che le imprese facciano rete e ribadito l’impegno della Regione per favorire l’aggregazione. «Ciò – ha osservato – significa avere maggior forza contrattuale con chi ritira il latte piuttosto che con i venditori di mangimi o foraggi. Nei limiti dei poteri della Regione, che certo non può fissare per legge un prezzo del latte e tanto meno può forzare i pastori a mettersi assieme, faremo tutto il possibile per difendere il ruolo fondamentale dei produttori primari». In ballo, d’altra parte, c’è la sopravvivenza di un settore piegato da una crisi senza precedenti. «In un mercato sempre più difficile – ha concluso Caria – istituzioni e tessuto produttivo devono sempre di più impegnarsi nella costruzione di progetti di filiera che garantiscano la redistribuzione fra i diversi attori del comparto. Un percorso dove l’unione fra i diversi anelli della catena faccia davvero la differenza nel confronto quotidiano con i competitor nazionali ed esteri». Alla base di questi ragionamenti c’è l’analisi della produzione di latte degli ultimi anni: il dato medio si è attestato sui 300 milioni di litri di latte. Manca ancora, ad onor del vero, il dato relativo all’anno in corso. Ma allo stato attuale è difficile pensare che ci possa essere una sovrapproduzione tanto più che si parte da una stagione disastrosa con la siccità e le malattie che hanno messo a dura prova la produttività degli allevamenti.
Lo ha fatto ieri mattina a Macomer, nella partecipatissima Mostra degli ovini di razza sarda che ogni anno richiama centinaia di allevatori da tutta l’isola. Caria, in giro per gli stand, si è confrontato con i pastori sulle problematiche del comparto (dalla siccità alla Blue tongue) e ha rivolto l’appello a tutti gli attori della filiera, in particolare ai trasformatori. Le sue dichiarazione sono arrivate nel bel mezzo della querelle che sta animando il mondo delle campagne. Ma non solo. L’assessore ha individuato quello che ha suo giudizio potrebbe essere il giusto prezzo per il latte. «Lo diciamo da mesi nei diversi incontri pubblici o nei tavoli di confronto istituzionali. Sarebbe quindi auspicabile che il prezzo non scenda sotto gli 85, 90 centesimi di euro al litro» ha proseguito l’assessore confrontandosi con gli allevatori presenti alla mostra. «Un prezzo stabile – ha aggiunto –, per almeno 3 o 5 anni, permetterebbe infatti alle nostre aziende di fare una programmazione seria ed efficace con prospettive di crescita decisamente più solide rispetto a quelle attuali». Il saliscendi del valore di mercato del latte – secondo l’analisi dell’esponente della giunta Pigliaru che ha rilasciato queste dichiarazioni nel bel mezzo della querelle che sta animando il mondo delle campagne – è il nemico peggiore dei pastori che sono ostaggio di dinamiche commerciali spietate di cui non hanno colpe dirette. Caria ha anche auspicato che le imprese facciano rete e ribadito l’impegno della Regione per favorire l’aggregazione. «Ciò – ha osservato – significa avere maggior forza contrattuale con chi ritira il latte piuttosto che con i venditori di mangimi o foraggi. Nei limiti dei poteri della Regione, che certo non può fissare per legge un prezzo del latte e tanto meno può forzare i pastori a mettersi assieme, faremo tutto il possibile per difendere il ruolo fondamentale dei produttori primari». In ballo, d’altra parte, c’è la sopravvivenza di un settore piegato da una crisi senza precedenti. «In un mercato sempre più difficile – ha concluso Caria – istituzioni e tessuto produttivo devono sempre di più impegnarsi nella costruzione di progetti di filiera che garantiscano la redistribuzione fra i diversi attori del comparto. Un percorso dove l’unione fra i diversi anelli della catena faccia davvero la differenza nel confronto quotidiano con i competitor nazionali ed esteri». Alla base di questi ragionamenti c’è l’analisi della produzione di latte degli ultimi anni: il dato medio si è attestato sui 300 milioni di litri di latte. Manca ancora, ad onor del vero, il dato relativo all’anno in corso. Ma allo stato attuale è difficile pensare che ci possa essere una sovrapproduzione tanto più che si parte da una stagione disastrosa con la siccità e le malattie che hanno messo a dura prova la produttività degli allevamenti.
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