La diocesi dà orti e frutteti alle famiglie in difficoltà

Cinque ettari di terreni tra Tortolì e Arbatax al centro di un progetto sociale. I prodotti della campagna sono destinati in parte alla mensa della Caritas

TORTOLÌ. Dalla terra, la speranza. A seminarla si fa fatica. Serve determinazione e coraggio. Ma a raccoglierla, negli occhi e nei sorrisi di chi vive un disagio sociale più o meno evidente, la soddisfazione è impagabile. Fuor di metafora, la terra in questione esiste davvero: sono cinque gli ettari di campagna fra Tortolì e Arbatax che la diocesi di Lanusei, per mano del suo vescovo Antonello Mura, ha messo a disposizione di alcune cooperative ogliastrine per dare corpo al progetto “Insieme”. A dissodare una terra fertile e produttiva sono cinque ragazzi, «tutti padri di famiglia – spiega Andrea Corrias, della coop Amos – che partecipano a un progetto di reinserimento sociale lavorativo e di formazione. La maggior parte del prodotto lo porteranno a casa, come frutto del proprio lavoro. Un’altra parte andrà alla Caritas diocesana e impiegato nella mensa, come segno di condivisione e restituzione». Come dire, «per noi, ma anche per gli altri».

L’iniziativa, di singolare impatto sociale, si inserisce a pieno titolo all'interno di un progetto più ampio. «Un progetto che la diocesi sta portando avanti in questi anni e che non manca di ribadire l’attenzione a chi ha bisogno – ha commentato il vescovo – alle nuove emergenze a cui Chiesa e società sono chiamate a rispondere. Un percorso a fianco delle famiglie, un ascolto umile, amorevole e discreto delle persone». Un progetto corale, questo è il senso del nome, che la chiesa diocesana ogliastrina realizza attraverso la Caritas, i volontari, gli educatori e i professionisti del sociale. Un anno. Con la possibilità di prorogare un’esperienza che i frutti li produce, eccome: ortaggi, legumi, tuberi e bulbi vengono su rigogliosi, pronti a essere raccolti e portati a casa, alla mensa Caritas e persino venduti nel piccolo chioso a bordo lotto. Un reale filiera “di famiglia” a chilometri zero.

«I ragazzi si incontrano per tre ore al giorno, quattro volte alla settimana – spiega Martino Contu, di Amos –, c’è sempre un momento iniziale di socializzazione e incontro. Poi, insieme, ci dedichiamo a tutti i lavori necessari, dalla semina al raccolto». L'inserimento lavorativo si pone, così, non solo come un sostegno economico, ma come accompagnamento e vicinanza all'intera famiglia; offre ascolto e attenzione, possibilità di apprendere un mestiere o rafforzare le proprie conoscenze e competenze al fine di poterle rimettere in campo anche oltre la fine del progetto, nella stessa sede di lavoro o in altri luoghi. La dignità che viene dal lavoro. Dalla terra. Eccola, la speranza che dà frutto.

 

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