Detenuti, vittime e famiglie a confronto in parrocchia
di Luciano Piras
Tre giorni di laboratori nella Settimana internazionale della giustizia riparativa Don Borrotzu, coop Ut unum sint: «Un’esperienza da costruire insieme»
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NUORO. «Partiremo come sempre dalla vittima, dalle vittime, alle quali non può bastare la condanna e le pene inflitte a chi ha procurato il loro dolore». Don Pietro Borrotzu ha aperto così, ieri pomeriggio, il programma di incontri “Giustizia riparativa: riannodare i fili tra vittima, reo, comunità”. Tre giorni di eventi organizzati in occasione della Settimana internazionale della giustizia riparativa dalla Cooperativa sociale Ut unum sint, di cui don Borrotzu è presidente. «È necessario curare uno spazio in cui il dolore abbia cittadinanza, esca dall’intimo segreto dell’individuo, per diventare domanda, grido, confronto ed essere così energia positiva per il colpevole e per la società» va avanti il sacerdote a capo della popolosa parrocchia Beata Maria Gabriella. «Anche l’autore del reato – sottolinea – è atteso da un impegno di protagonismo positivo. Il rimorso può segnare definitivamente l’esistenza, ma non serve a nessuno».
Da qui l’incontro e il confronto, nella struttura di via Biasi, tra detenuti (di Badu ’e Carros) e vittime, familiari, studenti delle scuole superiori, volontari e vari rappresentanti della comunità nuorese. Diretto dallo stesso don Borrotzu, il programma vede impegnati anche suor Annalisa Garofalo, assistente sociale; Marina Fancello, volontaria dell’associazione Ut Unum Sint; e Sandra Cincotti, educatrice della Casa circondariale di Badu ‘e Carros. Ieri l’accoglienza dei protagonisti; oggi l’avvio dei laboratori e gruppi di lavoro. Attesa per domani mattina la relazione di Ernesto Lodi, psicologo e psicoterapeuta, professore dell’università degli studi di Sassari.
«Il reo può anche trascorrere tutta la vita in carcere come punizione per l’atto criminoso e per la tranquillità e la sicurezza della società – spiega ancora don Borrotzu –, ma questo non risolve il danno provocato dal reato. Piuttosto è necessario riconoscere la propria responsabilità a intraprendere un percorso di riparazione. In questo quadro di riferimento la stessa società può essere destinataria delle concrete azioni riparative. La sfida vera per la comunità consisterà nel convincersi che la riabilitazione del reo contribuisce a rendere la società più sicura. Questo nuovo appuntamento, che realizziamo proprio nella Settimana internazionale della giustizia riparativa, più che un pacchetto già confezionato, vuole essere un’esperienza da costruire insieme, mettendoci in gioco tutti, in questo percorso: le vittime, i detenuti, i loro familiari, la società civile, con un gruppo di studenti delle scuole superiori e altri cittadini. Lo abbiamo pensato – chiude – come un laboratorio, in cui sarà possibile soprattutto vedere, con molto realismo, le difficoltà del reinserimento del detenuto nella sua famiglia e nella società, sfidata nella sua capacità di includere anche i suoi figli perduti».
Da qui l’incontro e il confronto, nella struttura di via Biasi, tra detenuti (di Badu ’e Carros) e vittime, familiari, studenti delle scuole superiori, volontari e vari rappresentanti della comunità nuorese. Diretto dallo stesso don Borrotzu, il programma vede impegnati anche suor Annalisa Garofalo, assistente sociale; Marina Fancello, volontaria dell’associazione Ut Unum Sint; e Sandra Cincotti, educatrice della Casa circondariale di Badu ‘e Carros. Ieri l’accoglienza dei protagonisti; oggi l’avvio dei laboratori e gruppi di lavoro. Attesa per domani mattina la relazione di Ernesto Lodi, psicologo e psicoterapeuta, professore dell’università degli studi di Sassari.
«Il reo può anche trascorrere tutta la vita in carcere come punizione per l’atto criminoso e per la tranquillità e la sicurezza della società – spiega ancora don Borrotzu –, ma questo non risolve il danno provocato dal reato. Piuttosto è necessario riconoscere la propria responsabilità a intraprendere un percorso di riparazione. In questo quadro di riferimento la stessa società può essere destinataria delle concrete azioni riparative. La sfida vera per la comunità consisterà nel convincersi che la riabilitazione del reo contribuisce a rendere la società più sicura. Questo nuovo appuntamento, che realizziamo proprio nella Settimana internazionale della giustizia riparativa, più che un pacchetto già confezionato, vuole essere un’esperienza da costruire insieme, mettendoci in gioco tutti, in questo percorso: le vittime, i detenuti, i loro familiari, la società civile, con un gruppo di studenti delle scuole superiori e altri cittadini. Lo abbiamo pensato – chiude – come un laboratorio, in cui sarà possibile soprattutto vedere, con molto realismo, le difficoltà del reinserimento del detenuto nella sua famiglia e nella società, sfidata nella sua capacità di includere anche i suoi figli perduti».
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