La Nuova Sardegna

Nuoro

«Integrarsi è possibile, qui ho ritrovato casa»

di Alessandra Porcu
«Integrarsi è possibile, qui ho ritrovato casa»

La testimonianza di Justina Christopha, nigeriana, da sette anni a Macomer Lavora in un ristorante, ha un figlio di 9 anni: «In fuga dalla Libia in guerra»

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MACOMER. «Era la notte del 13 maggio 2011. A un certo punto il barcone ha finito il carburante in mare aperto. Ho pensato che non ce l'avremmo fatta, che non saremmo riusciti a raggiungere la terra ferma e che forse saremmo morti tutti. Saremo stati in 200, tra noi tante donne incinte e bambini. Durante le 36 ore di traversata non ho fatto altro che pregare». Justina Christopha, donna nigeriana di 33 anni, fa un bel respiro prima di raccontare la sua storia unica eppure simile a quella di decine di migliaia di migranti che abbandonano l'Africa per raggiungere l'Europa. Sette anni fa è partita dalle coste della Libia, funestata dalla guerra, per raggiungere Lampedusa prima e Cagliari poi. «Da lì mi hanno portata a Macomer dove, per circa due anni, ho vissuto in un istituto gestito dalle suore. Sono stata accolta come una figlia. Mi hanno insegnato l'italiano. Grazie a loro ho trovato un lavoro e una casa». Justina, grandi occhi marroni e capelli corti nerissimi, è mamma di un bimbo di nove anni. Quando è fuggita da Misurata il piccolo ne aveva quasi due. Sola, senza il padre di quella creatura che aveva deciso di restare in Libia, scelse di attraversare il mare per sfuggire alle bombe, alla fame e alla sete. «Ho visto morire tanti miei amici. Non potevo più stare lì». Oggi lavora in un rinomato ristorante di Macomer e si dice felice. Anche la titolare dell'Hotel Marghine, Gemmy Mura, è contenta di lei. «È intelligente, generosa e onesta. In città è conosciuta e rispettata da tutti».

Quella di Justina è una bella storia di integrazione, frutto di coraggio e impegno. «Appena arrivata non capivo la lingua e allora uscivo, cercavo di comunicare con chiunque, soprattutto con i bambini e gli anziani. Sapevo che l'italiano era la mia unica àncora di salvezza», dice. «Non tutti i migranti però sono uguali – ammette – molti non scappano dalla guerra, vengono qui solo perché attratti da quella, che nei video e nelle foto postate sui social, appare come un'esistenza fatta di ricchezza, benessere e assistenzialismo». Nonostante la sua giovane età Justina è una donna matura e lucida. Non ci sta a fare di tutta l'erba un fascio e a difendere a spada tratta chiunque venga nel nostro Paese, sebbene abbia la pelle nera come la sua. «Sono tanti, troppi gli africani che non lavorano e pretendono i sussidi statali. In Africa se non hai i soldi non puoi curarti. Non puoi neanche salire sull'autobus senza il biglietto. E allora mi chiedo perché tanti di loro arrivano in Italia e vogliono avere tutto gratis? Perché infrangono regole che a 'casa loro' non infrangerebbero?». A sentirla parlare Justina sembrerebbe una convinta salviniana. «Non è così – replica – credo solo che tutti, bianchi o neri, debbano comportarsi in modo onesto sempre e ovunque si trovino. Solo così si potrà parlare di accoglienza e integrazione».

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