Il grande cuore del neo “Alfiere” «Cinque anni di sport e rispetto»

Il liceale Nicola Salis premiato da Mattarella e l’avventura con la squadra di football integrato «Dai miei amici “speciali” ho imparato tanto: prima di tutto a mettermi sempre nei panni degli altri»

MACOMER. «E ora? Vorrei studiare chimica o biotecnologie, mi piacerebbe viaggiare, vedere New York e Parigi. E porterò sempre con me questi splendidi cinque anni trascorsi al liceo Galilei di Macomer, con i miei compagni, i professori, e lo “Special team” che mi ha insegnato tanto. Perché ho imparato davvero molto, in campo e fuori, giocando a calcetto con questi ragazzi. Ho imparato che nella vita bisogna sempre avere rispetto per gli altri, di chi è “speciale” e diverso, di tutti. E ho imparato quanto vale l’empatia, calarsi sempre nei panni di chi abbiamo davanti». Nicola Salis è fresco di titolo di “Alfiere della Repubblica” assegnato – per ora solo da distanza in attesa della cerimonia in autunno – dal presidente Sergio Mattarella, è ancora parecchio emozionato, ma non dimentica di lanciare anche uno sguardo pieno di sogni e progetti al suo immediato futuro.

Tre giorni fa, intorno alle 10 del mattino, mentre era nella sua stanza, davanti al pc per seguire una lezione di italiano da remoto organizzato dalla scuola, il suo telefonino ha trillato insistente. «Ho visto un numero che non avevo registrato e stavo quindi per non rispondere – racconta il diciottenne – ma poi ho aperto la chiamata e ho sentito una voce femminile, la mia preside, Gavina Cappai, che mi diceva “Sei davanti al computer? Collegati al sito del Quirinale”. Allora l’ho fatto, mi si è aperta una pagina, ho cominciato a scorrerla e ho trovato il mio nome, quasi sul fondo, visto che era un elenco di nomi e cognomi in ordine alfabetico. E così ho scoperto che mi avevano nominato Alfiere della Repubblica, insieme ad altri 24 ragazzi in Italia. Certo, sapevo che a novembre dell’anno scorso, la scuola mi aveva segnalato a Roma per la mia continuità e costanza nel seguire il progetto della squadra di calcetto che coinvolge tanti ragazzi, anche con disturbi intellettivi e disabilità, ma poi me n’ero dimenticato. Fino a quella telefonata». E da lì seguono momenti di emozioni purissime, decine e decine di messaggi, le congratulazioni da parte del Comune guidato dal sindaco Antonio Succu, i pensieri di insegnanti ed ex professori, il gruppo su whatsapp e instagram creato con gli altri neo Alfieri. «Ho chiamato subito mio padre Domenico, che lavora come manutentore all’ospedale San Francesco ma quella mattina era con me a casa, mentre mamma Antonella era al lavoro a Tossilo, e mi sono scese le lacrime dalla gioia – racconta Nicola – è stato come rivivere in un attimo questi cinque anni di scuola, di studio e di partite e allenamenti con la squadra della scuola, lo Special team, In un attimo ho rivissuto tutto. Quando avevo cominciato, in prima liceo, ero ancora spaesato ma il corso di football integrato mi era piaciuto da subito. Del resto, è da quando sono alle elementari che gioco a calcio, e ora sono portiere della Macomerese. E così è iniziato tutto: mi sono buttato anima e corpo in questo progetto e nella squadra».

E così, mese dopo mese, anno dopo anno, le giornate del volenteroso Nicola scorrono tra lezioni di matematica e filosofia, serate con gli amici, riunioni all’Azione Cattolica nella parrocchia di San Pantaleo, e le partite e gli allenamenti con la squadra di calcetto del liceo Galilei. Un gruppo affiatato di amici, prima di tutto. Ognuno diverso e per questo a suo modo speciale. C’è chi ha qualche difficoltà motoria, chi convive con un disturbo intellettivo, ci sono anche studenti come tanti, e insegnanti come Paola Zampa e Paolo Maioli.

«All’inizio eravamo una decina – ricorda – ora siamo di più. Ci alleniamo un paio di volte alla settimana, partecipiamo a campionati regionali, ma soprattutto ci divertiamo insieme e impariamo tanto anche stando tra noi, dentro e fuori dal campo. In questi cinque anni ho visto tanti dei miei compagni crescere, diventare più responsabili, imparare l’autocontrollo, che per molti non era un obiettivo facile da raggiungere. La vita, dopo che mi diplomerò, potrebbe forse separarci per un pochino, chissà, ma tornerò sempre qua, a giocare con loro, e mi porterò nel cuore i nostri grandi abbracci dopo i gol, e quel “Forza liceo” che ci piace tanto gridare».

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