L’industria che mutò la Barbagia nelle memorie di un sindacalista

Francesco Tolu: la fabbrica ha portato ricadute economiche e sociali in un territorio povero e isolato. «Negli anni ’70 c’erano 2700 buste paga, potevamo avere un ruolo nazionale ma nessuno lo volle» 

OTTANA. Le fabbriche abbandonate dopo mezzo secolo nella piana del Tirso non hanno lasciato solo macerie. «Dopo 50 anni possiamo dire che Ottana è stata comunque una bella pagina di storia industriale. Per le ricadute economiche e sociali, per chi ci ha lavorato, per il territorio e per il progresso della Sardegna centrale. Ottana è stato il simbolo del riscatto di un’area della Sardegna fino a quel momento marginale e dimenticata da tutti. Le battaglie condotte negli anni ’70 e ’80 vennero prese come esempio in campo nazionale». Parole di Francesco Tolu, in fabbrica dal 1973 al 2008, un operaio oggi 69enne che, assieme a tanti altri, fa parte della lunga storia sindacale dell'industria chimica a Ottana, ne ha condiviso ogni tappa sino a pochi anni fa, quando anche per lui si è aperta la strada della mobilità e poi della pensione. Iscritto alla Cgil, ha fatto parte del direttivo provinciale ed è stato a lungo nel consiglio di fabbrica (non ha mai usufruito del distacco sindacale). È stato segretario della sezione del partito comunista all'interno dell'area industriale, dall’84 all’89.



Una nuova classe dirigente. Basta un dato per capire la rivoluzione antropologica che Ottana provocò, forse come effetto collaterale, nel mutare le sorti già scritte di un territorio altrimenti votato a una pastorizia arcaica e alla criminalità dilagante: «Alle elezioni amministrative del 1975 – ricorda Tolu – nel Nuorese furono eletti come amministratori comunali ben 175 lavoratori della fabbrica. Grazie a loro molti comuni per la prima volta furono governati dalle sinistre». All’interno dell’area industriale intanto lo scontro era durissimo. E lo è stato per anni. Proprio Tolu ebbe un momento di notorietà nazionale, diciamo così, quando nel 1992 le telecamere di “Samarcanda”, il primo programma di Santoro, arrivarono in Barbagia per raccontare un fronte sindacale caldissimo. «Si può dire in tv che i padroni sono dei mascalzoni?», disse al microfono durante la diretta. La frase, che oggi fa sorridere con l’imbarbarimento del linguaggio televisivo al quale assistiamo, ebbe comunque un effetto dirompente, scatenò applausi. Blob, il programma di satira di Raitre, la mandò in onda per giorni. Tolu fu minacciato di denuncia da un caporeparto. Oggi è un bel ricordo, tutto sommato, assieme alla visita in fabbrica di Enrico Berlinguer nel febbraio 1984, quattro mesi prima della morte del leader del Pci.

Diritti e doveri.Le relazioni sindacali erano spesso infuocate, anche se come in tutte le aziende c’era chi giocava su più tavoli. «Erano personaggi ben individuati, facevano parte dell’esecutivo, la rappresentanza che trattava direttamente con i padroni, perché espressi dalla minoranza. Informavano preventivamente delle nostre azioni ed erano, sostanzialmente, fiancheggiatori delle politiche aziendali. Nella mia concezione il sindacato è una controparte dell'azienda, il che non significa che non si possa lavorare insieme per un obiettivo comune, che è quello della produzione unita all'occupazione, al rispetto delle condizioni degli operai e dell’ambiente. Non ci devono essere ricatti da parte degli industriali, e i sindacati devono fare la loro parte, mantenendo la giusta distanza. Sarò di un'altra epoca, ma oggi quando sento industriali e sindacalisti darsi del tu, chiamarsi per nome, un po' rabbrividisco. Nei numerosi tavoli ai quali ho partecipato non poteva accadere, darsi del lei era la norma».



Gli anni di piombo. Le fabbriche, soprattutto al Nord, furono terreno di coltura del terrorismo. Cosa accadde a Ottana? «Solo una volta trovammo volantini di Barbagia Rossa nella palazzina direzionale, ma nulla di più. La sigla delle Brigate Rosse invece, che io ricordi, non comparve mai, né ci furono i sabotaggi in voga negli anni ’60 e ’70». I giorni di sciopero non si contavano. «Tornavamo a casa con la paga dimezzata. Nel 1977 occupammo la fabbrica per 35 giorni».

Spesi due miliardi. Erano gli anni dei continui cambi di proprietà e di scenari nella chimica italiana, terreno di conquista e di spartizioni continue. «Negli anni ’70 a Ottana c’erano 2700 buste paga, sarebbero potute essere molte di più se Enichem non avesse privilegiato gli stabilimenti di Marghera o Pisticci. Nei periodi migliori si producevano 500 tonnellate al giorno di Pet (la plastica utilizzata per le bottiglie, ndr). Sbagliò la politica ma sbagliarono anche i sindacati, cademmo in balìa di privatizzazioni e spezzatini, predatori industriali, ladri veri e propri. Ottana è finita anche per questo». Secondo una stima attendibile dai 300 miliardi lire iniziali sino a oggi, passando per i fondi spesi in ammortizzatori sociali e in iniziative industriali, a Ottana sono stati spesi oltre due miliardi di euro.

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