Ecocentro, il quartiere si ribella
Gli abitanti di Funtana Buddia lamentano la presenza di rifiuti maleodoranti e insetti di ogni tipo
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NUORO. A “Funtana Buddia” rinfocola la contestazione contro l’ecocentro. Sotto accusa un sito di conferimento dove i rifiuti sarebbero in aumento e soprattutto sempre più maleodoranti. Uno dei “vicini”, Marco Spada, con abitazione a pochi metri: «Conviviamo con un fetore che diventa più pesante ogni giorno che passa. Altra cosa, siamo circondati da zecche e zanzare». Per questo una richiesta degli abitanti del quartiere la si vorrebbe esaudita subito: «Oggi è fondamentale ridurre sia la quantità dei rifiuti, sia la loro categoria o tipo, evitando che vengano conferiti tessuti, materassi, barattolame e vetro, dove si annidano anche gli insetti». L’aumento dei quantitativi conferiti a “Funtana Buddia” ha avuto un’impennata quando l’emergenza Covid-19 ha consigliato una riduzione dell’attività dell’ecocentro di Pratosardo: niente più vecchi elettrodomestici o arredi, da stoccare invece nel sito cittadino, ma solo sfalcio e residui di vernici, così da ridurre i movimenti delle persone e in questo modo anche il rischio di beccare il virus arrivato dalla Cina. «Solo che con questa scelta di aumentare i conferimenti nell’ecocentro cittadino, il nostro quartiere residenziale è diventato un’appendice dell’area industriale», commenta Laura Schintu, anch’ella con davanzale aperto sull’impianto. «Oltre agli odori e all’invasione di zecche e zanzare, c’è il frastuono dei camion».
Il rettangolo sott’accusa è ristretto tra le vie Nivola, Pinna e “Funtana Buddia”. Poco meno di un ettaro, nel Comparto 15 del piano di zona, dalla fine degli anni ‘80 destinato alla residenzialità, in una città ancora in espansione, per gli inurbati dell’ultim’ora o gli stessi nuoresi che vi si trasferivano dal cuore della città. C’era anche la previsione di costruirvi una scuola. Ma lo spazio destinatovi si rivelerà insufficiente. Ironia della sorte, è diventato la sede dell’ecocentro. Contro il quale oggi sembra destinata a montare una nuova lotta “oltre quartiere”, da “Funtana Buddia” a Città Nuova, al Borghetto, sino a Città Giardino. Fu così, e anche con maggior veemenza, un decennio fa. In Comune c’era stato appena il passaggio, all’interno del centro-sinistra, tra la giunta di Mario Zidda e quella di Alessandro Bianchi. L’assessore competente era il socialista Ivo Carboni. Con la prima amministrazione fu approvato il progetto. Sotto il governo di Bianchi partì e si concluse la costruzione dell’opera, che supererà il costo di 650mila euro, per la necessità di sbancare un cocuzzolo di granito. Dicevano “no” 300 famiglie. Cittadini che arrivarono in Consiglio comunale, per sostenere l’ordine del giorno presentato dal comunista, Antonio Pirisi.
L’altra via fu quella giudiziaria al Tar. Tra i motivi del ricorso il fatto che il progetto fosse in contrasto con il piano della Regione, che chiede una superficie piana, oltre a non rispettare l’obbligo della dislocazione prossima alla grande viabilità. Con l’attuale amministrazione civica l’ecocentro di “Funtana Buddia” è partito. I termini di quell’avvio ancora nelle parole di Marco Spada: «Nel 2015, l’allora assessore dell’Igiene urbana, Giuliano Sanna, ci ha detto che l’impianto non poteva non aprire perché altrimenti la Regione avrebbe tolto il finanziamento. Ma c’era la garanzia – aggiunge Spada – di controllare l’attività attraverso un comitato, previsto nel regolamento». Proprio Spada ha accettato di rappresentare i cittadini. Non tutti d’accordo per la verità sulla soluzione. Tanti quelli convinti che quell’adesione all’organismo di controllo fosse la fine di ogni possibilità di rifiutare il sito, ingombrante anche per il fatto di essere stretto tra le vie urbane e oggi non più sopportato. Spada e Schintu non vedono altra soluzione: «Va chiuso. O, al massimo, va trasformato nel cosiddetto “centro del riuso”». (f.p.)
Il rettangolo sott’accusa è ristretto tra le vie Nivola, Pinna e “Funtana Buddia”. Poco meno di un ettaro, nel Comparto 15 del piano di zona, dalla fine degli anni ‘80 destinato alla residenzialità, in una città ancora in espansione, per gli inurbati dell’ultim’ora o gli stessi nuoresi che vi si trasferivano dal cuore della città. C’era anche la previsione di costruirvi una scuola. Ma lo spazio destinatovi si rivelerà insufficiente. Ironia della sorte, è diventato la sede dell’ecocentro. Contro il quale oggi sembra destinata a montare una nuova lotta “oltre quartiere”, da “Funtana Buddia” a Città Nuova, al Borghetto, sino a Città Giardino. Fu così, e anche con maggior veemenza, un decennio fa. In Comune c’era stato appena il passaggio, all’interno del centro-sinistra, tra la giunta di Mario Zidda e quella di Alessandro Bianchi. L’assessore competente era il socialista Ivo Carboni. Con la prima amministrazione fu approvato il progetto. Sotto il governo di Bianchi partì e si concluse la costruzione dell’opera, che supererà il costo di 650mila euro, per la necessità di sbancare un cocuzzolo di granito. Dicevano “no” 300 famiglie. Cittadini che arrivarono in Consiglio comunale, per sostenere l’ordine del giorno presentato dal comunista, Antonio Pirisi.
L’altra via fu quella giudiziaria al Tar. Tra i motivi del ricorso il fatto che il progetto fosse in contrasto con il piano della Regione, che chiede una superficie piana, oltre a non rispettare l’obbligo della dislocazione prossima alla grande viabilità. Con l’attuale amministrazione civica l’ecocentro di “Funtana Buddia” è partito. I termini di quell’avvio ancora nelle parole di Marco Spada: «Nel 2015, l’allora assessore dell’Igiene urbana, Giuliano Sanna, ci ha detto che l’impianto non poteva non aprire perché altrimenti la Regione avrebbe tolto il finanziamento. Ma c’era la garanzia – aggiunge Spada – di controllare l’attività attraverso un comitato, previsto nel regolamento». Proprio Spada ha accettato di rappresentare i cittadini. Non tutti d’accordo per la verità sulla soluzione. Tanti quelli convinti che quell’adesione all’organismo di controllo fosse la fine di ogni possibilità di rifiutare il sito, ingombrante anche per il fatto di essere stretto tra le vie urbane e oggi non più sopportato. Spada e Schintu non vedono altra soluzione: «Va chiuso. O, al massimo, va trasformato nel cosiddetto “centro del riuso”». (f.p.)
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