Mancano gli infermieri: è allarme
di Kety Sanna
A rischio l’assistenza al malato. Mustaro (Cisl): «Si abolisca il numero chiuso del corso di laurea»
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NUORO. Dopo le continue denunce per la carenza di personale sanitario nelle strutture sarde e l’aggravarsi della situazione per via della pandemia, adesso un’altra emergenza rischia di complicare ancora di più la situazione. A preoccupare, non è più solo la storica carenza di operatori delle professioni sanitarie negli ospedali e nei presidi chiamati a dare risposte sempre più pressanti alla popolazione sarda, ma è proprio la mancanza soprattutto di infermieri. Grazie alle recenti assunzioni effettuate dall’Ats e dalle altre aziende ospedaliere pubbliche proprio per coprire i vuoti in organico, la disponibilità di infermieri si è praticamente azzerata. A soffrire particolarmente in questo contesto, sono soprattutto le case di riposo private, gli ospizi e tutta la rete assistenziale già molto in difficoltà per via del Covid. «Gli infermieri – dice Giorgio Mustaro, coordinatore territoriale Cisl Funzione pubblica – di fronte a una proposta avanzata da una struttura pubblica o privata, ma strutturata nel sistema regionale, scelgono di lasciare un’occupazione dove gli si offrono condizioni contrattuali, il più delle volte, meno favorevoli. Inoltre la recente riforma approvata dal consiglio regionale prevede un prossimo piano di stabilizzazioni nel sistema sanitario pubblico che porta gli interessati a privilegiare tale scelta. Tutto ciò è destinato a complicare pesantemente l’assetto assistenziale e forse pregiudicare, in molti casi, la possibilità da parte delle strutture private di offrire i servizi richiesti da un’utenza maggiormente fragile».
Ecco perché secondo il sindacalista, sarebbe opportuno che amministratori regionali e locali sollecitino le istituzioni affinché per la Sardegna vengano aumentati i numeri per i test d’ingresso in Infermieristica, magari riuscendo a ottenere dal ministero della Pubblica istruzione una deroga al numero chiuso.
«Inoltre, nel caso specifico per il territorio nuorese – aggiunge Mustaro – Comune e Provincia dovrebbero adoperarsi in modo che l’offerta universitaria venga incrementata. Oggi in città, per il corso di studi in questione, esiste una sola classe che prevede una trentina di posti».
Gli infermieri, dunque sono pochi e di questo risente l’assistenza. «Ne mancano 53mila in Italia di cui 30mila sul territorio – sottolinea Roberto Sogos, presidente dell’ordine delle professioni infermieristiche di Nuoro –. Di questi almeno 21mila dovrebbero essere infermieri di famiglia/comunità, indispensabili per l’assistenza, anche nelle Rsa vista la loro caratteristica. Una necessità riconosciuta dallo stesso decreto Rilancio, convertito in legge, che ha introdotto nel Sistema sanitario nazionale i primi 9.600 operatori. Ma in Sardegna ancora non se ne parla a livello istituzionale. Figure di cui hanno bisogno le Rsa, come ha dimostrato la pandemia: sono le comunità dei pazienti più anziani e fragili. Nelle rilevazioni legate alla pandemia – aggiunge il presidente dell’ordine nuorese – l’Istituto superiore della sanità ha dichiarato una mortalità da febbraio a maggio di quasi 9.200 assistiti, di cui oltre un terzo con sintomi o positività accertata al Covid. E dalle rilevazioni Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), oltre un terzo degli infermieri deceduti per il coronavirus, operava in queste strutture, dove inizialmente erano insufficienti anche i dispositivi di protezione individuale. Ora – conclude Roberto Sogos – che la carenza sia dovuta anche dal numero esiguo, rispetto alla domanda, di professionisti che si affacciano per la prima volta alle attività professionali, è evidente. Per questo motivo il sistema formativo va rivisitato e adeguato alle nuove dinamiche sanitarie, come pure l’organizzazione del lavoro».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ecco perché secondo il sindacalista, sarebbe opportuno che amministratori regionali e locali sollecitino le istituzioni affinché per la Sardegna vengano aumentati i numeri per i test d’ingresso in Infermieristica, magari riuscendo a ottenere dal ministero della Pubblica istruzione una deroga al numero chiuso.
«Inoltre, nel caso specifico per il territorio nuorese – aggiunge Mustaro – Comune e Provincia dovrebbero adoperarsi in modo che l’offerta universitaria venga incrementata. Oggi in città, per il corso di studi in questione, esiste una sola classe che prevede una trentina di posti».
Gli infermieri, dunque sono pochi e di questo risente l’assistenza. «Ne mancano 53mila in Italia di cui 30mila sul territorio – sottolinea Roberto Sogos, presidente dell’ordine delle professioni infermieristiche di Nuoro –. Di questi almeno 21mila dovrebbero essere infermieri di famiglia/comunità, indispensabili per l’assistenza, anche nelle Rsa vista la loro caratteristica. Una necessità riconosciuta dallo stesso decreto Rilancio, convertito in legge, che ha introdotto nel Sistema sanitario nazionale i primi 9.600 operatori. Ma in Sardegna ancora non se ne parla a livello istituzionale. Figure di cui hanno bisogno le Rsa, come ha dimostrato la pandemia: sono le comunità dei pazienti più anziani e fragili. Nelle rilevazioni legate alla pandemia – aggiunge il presidente dell’ordine nuorese – l’Istituto superiore della sanità ha dichiarato una mortalità da febbraio a maggio di quasi 9.200 assistiti, di cui oltre un terzo con sintomi o positività accertata al Covid. E dalle rilevazioni Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), oltre un terzo degli infermieri deceduti per il coronavirus, operava in queste strutture, dove inizialmente erano insufficienti anche i dispositivi di protezione individuale. Ora – conclude Roberto Sogos – che la carenza sia dovuta anche dal numero esiguo, rispetto alla domanda, di professionisti che si affacciano per la prima volta alle attività professionali, è evidente. Per questo motivo il sistema formativo va rivisitato e adeguato alle nuove dinamiche sanitarie, come pure l’organizzazione del lavoro».
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