«Finisce l’incubo di un’accusa infamante»

Il genetista Mario Pirastu dopo la sentenza di non luogo a procedere: «Ho sempre tutelato il Dna degli ogliastrini»

LANUSEI. «Qualche volta, nel corso di questa lunga vicenda, ho pensato che sarebbe stato meglio andare a processo solo per poter dimostrare che quell’accusa infamante era del tutto infondata. Solo così avrei potuto dire che i campioni biologici erano stai trasferiti alla clinica oculistica del San Giovanni di Dio non certo per essere trafugati ma per una ricerca sulle malattie degli occhi che stavano dando ottimi risultati».

Sono queste le prime parole del professor Mario Pirastu, a lungo direttore dell’Istituto di Genetica delle popolazioni del Cnr, che, all’indomani della sentenza di non luogo a procedere, trattiene a stento l’emozione. Il pronunciamento del gup del tribunale di Lanusei, che ha prosciolto lo scienziato dall’accusa di furto e trattamento illecito di dati personali, non cancella i cinque anni di indagini e di ribalta mediatica che lo hanno profondamente provato.

Una prova durissima e non solo perché ha dovuto affrontare l’accusa di aver tradito la fiducia di migliaia di ogliastrini che, affidandogli il proprio patrimonio genetico, avevano riposto in lui la massima fiducia, ma anche perché nel tritacarne era stato spinto dalla denuncia di una persona che aveva lavorato al suo fianco per tre lustri nel laboratorio del parco genetico di Perdasdefogu.

«Sorpreso dal fatto che a denunciarmi fosse stata una persona a me così vicina – prosegue lo scienziato –, a lungo mi sono interrogato su cosa avessi sbagliato. Ma io non ho mai fatto nulla, se non tutelare quanto più possibile, il Dna degli ogliastrini. Quest’accusa – sottolinea Pirastu – mi ha tolto serenità e ha rischiato di incrinare la mia fiducia nella giustizia». Fiducia che si è ristabilita giovedì quando il giudice ha accolto le argomentazioni difensive sull’insussistenza delle ipotesi accusatorie dei legali Gallus, Govanni Battista e Maria Giulia, che sin dal principio hanno sostenuto che non c’era mai stata alcuna sottrazione, ma solo «lecita attività di ricerca». «Sono molto felice che, grazie a questa sentenza si possa rinsaldare la fiducia degli abitanti nei confronti miei e della ricerca che, come si è capito anche nell’attualità del Covid, è la strada più efficace verso la tutela della salute» dice ancora lo scienziato. Ora che la magistratura lo ha prosciolto con formula piena sancendo la correttezza del suo operato, ora che, nonostante l’amarezza, ha l’animo più leggero, il professore che, sta ricevendo molti attestati da parte dei cittadini, ha un unico obiettivo: ristabilire quel legame profondissimo che lo lega all’Ogliastra non solo per le origini (suo padre era farmacista a Tortolì) ma anche e soprattutto per i 25 anni di ricerca passati ad esaminare il Dna in nome della scienza e della lotta alle malattie. Con qualche precisazione anche sui contenuti della sua ricerca. «Spesso si è detto che le nostre ricerche riguardassero la longevità Mai studiato i centenari: sui 14mila abitanti solo 4 lo erano». Tantissimi invece i campioni (230mila) e i dati raccolti da Pirastu a partire dal lontano 1995 quando pose le basi per quello che sarebbe diventato l’ambizioso progetto di ricerca SharDna che coinvolgeva migliaia di volontari provenienti da una decina di paesi: Talana, Perdasdefogu, Urzulei, Baunei, Ussassai, Seulo, Triei, Seui, Escalaplano e Loceri. Un progetto andato avanti sino alla denuncia partita nell'agosto 2016, quando la custode dell’istituto foghesino, Debora Parracciani, segnalò la sparizione dai laboratori di circa 25 mila provette contenenti materiale biologico.

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