“Nient’altro che polvere”, Lodè nell’Ottocento

Anna Cristiana Farris: dal provino a Roma per il talent show Masterpiece all’esordio letterario

LODÈ. In principio era “solo” un toponimo come tanti altri: Su cuile ’e Martine, oggi semplicemente Su ’e Martine. È stato tziu Picoi, all’anagrafe Salvatore Contu, a nominarlo durante una chiacchierata. «Mi ha subito incuriosita» svela Anna Cristiana Farris, ricercatrice appassionata e rigorosa che ha raccolto tante e tante memorie di Lodè. Poi è arrivata Sebastiana Addis, tzia Bustiana de Manzela, che attorno a quel toponimo aveva un vero e proprio racconto da svelare. Una vicenda intricata, suggestiva e appassionante. Un embrione di romanzo, su cui poter lavorare, aggiungendo e limando, lasciandosi andare alla fantasia ma sempre con riferimenti chiari alle fonti documentarie, atti ecclesiastici, verbali notarili.

Così è nato “Nient’altro che polvere”, romanzo d’esordio di Anna Cristiana Farris pubblicato lo scorso agosto dalle Edizioni Solinas. Un romanzo scritto di getto nel 2013 e subito dopo in corsa alle selezioni per la trasmissione di Rai3 “Masterpiece”, primo talent show letterario. «Sì, mi aveva iscritta mio nipote – spiega Farris –. Mi telefonarono dalla Rai per avvisarmi che dovevo presentarmi negli studi di Cinecittà, in via Tiburtina. C’era una fila infinita... Provini e selezioni le stava facendo Edoardo Camurri». Il romanzo di Anna Cristiana Farris ha passato la prima scrematura tra 5.000 concorrenti, poi si è arenato. Il titolo originale del libro era “Su cuile ’e Martine”. È rimasto nel cassetto fino all’anno scorso, quando l’autrice di Lodè, classe 1974 – già nel 2020 ha pubblicato la monografia “Onomastica familiare a Lodè” –, lo ha ripreso in mano dandogli un’ultima spallata prima di mandarlo in stampa. Il titolo è diventato “Nient’altro che polvere”, sicuramente più accattivante e di larghe vedute rispetto alla prima proposta. Fermo restando che la trama, gli eventi, “sos locos”, toponimi compresi, come pure l’intera vicenda sono tutti di Lodè. Anche se nel romanzo il paese non viene mai nominato esplicitamente: al suo posto, lo scenario prende il nome di villa, termine tipico dell’Ottocento. È nel 1845, infatti, che «si consuma la segreta e travolgente passione di Salvatore Camberas e Francesca Manca Pintus il cui risvolto assume un carattere tragico nonostante la finale redenzione esistenziale del protagonista principale». Personaggi frutto di fantasia, dettagli e pennellate realistiche sono il punto di forza di questo romanzo corale, di comunità intesa in senso alto e profondo. «Apparentemente nessun abitante della villa seppe mai della storia vissuta dagli amanti ma solo poche parole smorzate e sussurrate dagli anziani hanno svelato, a distanza di anni, il segreto nascosto abilmente per un vivo senso di umana pietà» (l.p.)

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