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La lezione del soldato Battisteddu: «Invocate la pace, mai più guerre»

di Luciano Piras
La lezione del soldato Battisteddu: «Invocate la pace, mai più guerre»

Medaglia d’onore all’internato militare di Lodè in un campo in Germania

31 gennaio 2023
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Lodè «Cussos sì chi vini tempos – ripeteva tziu Battisteddu nei primi anni Duemila –. E mai nde torrene». «Quelli sì che erano tempi. (Speriamo) che non tornino mai più». Eppure sono tornati, la guerra c’era allora e c’è oggi, ancora una volta. Il fronte russo-ucraino è soltanto uno degli scontri aperti nel mondo. «Fosse vivo avrebbe sicuramente invocato la pace» sottolinea Francesco Deiana, figlio di tziu Battisteddu, mentre il prefetto di Nuoro Giancarlo Dionisi gli consegna la medaglia d’onore alla memoria, davanti alla famiglia del soldato lodeino riunita nel palazzo del Governo, nel capoluogo di provincia. Presenti Marina Moncelsi e Maria Boi per l’Istasac, l’Istituto per la storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea nella Sardegna centrale, di Anna Rita Ortu, rappresentante dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, e della sindaca di Lodè, Antonella Canu. La cerimonia venerdì scorso, 27 gennaio, “Giorno della Memoria”.

Ricordato da tutti a Lodè come maestro campanaro (suonava in coppia prima con tziu Diegheddu de Marisinna poi con tziu Bustianu ’e Zulio), tziu Battisteddu non amava parlare della guerra. «Menzus chi no ischetas nudda» diceva. «È meglio che non sappiate niente». Forse cercava di rimuovere i giorni più tristi, soprattutto quelli del periodo della sua prigionia. «Non mi nde cheglio mancu ammentare». «Non voglio ricordare». Classe 1920, figlio di Ciriaco Deiana e di Pasqua Loddo, Battista Pasquale aveva appena venti anni quando venne chiamato alle armi. Era il gennaio 1940. Da Lodè a Fossano, e subito al fronte francese, moschetto in mano. Da un fronte all’altro, finisce in Albania. Poi in Grecia. «So istatu in su portu de Atene» spiegava quando era in vena di parlare. «Venne fatto prigioniero dai tedeschi il 9 settembre 1943, assieme ai commilitoni della sua compagnia e trasferito in Germania» si legge nella scheda ricostruita da Marina Moncelsi per l’Istasac. «Io e tanti alti – raccontava lui – siamo stati catturati dai tedeschi e portati ad Hannover, anche se per tanti giorni non sapevamo che fine avremmo fatto e dove ci stessero portando». Insomma: venne mandato ai lavori forzati, in un campo di internamento poco distante dal famigerato campo di sterminio di Bergen Belsen. «Appena arrivato, vidi tra i prigionieri un mio compaesano, Luca Ganzedda de Grassia Rosa – ricordava tziu Battisteddu –. Mi avvicinai per abbracciarlo e parlargli, ma le guardie me lo impedirono, ci separarono in malo modo e, da quel momento, non lo rividi più. In una stanza senza luce né acqua eravamo in otto. I tedeschi ci davano un chilo e mezzo di pane, che ci doveva bastare per quindici giorni, più mezzo litro di rancio, una specie di brodaglia insipida e insapore che però trangugiavamo avidamente perché la fame era tanta e il cibo poco, tanto che mangiavamo anche le bucce di patate che cercavamo di nascosto nella spazzatura. Ogni giorno venivamo prelevati dai nostri miseri alloggi e portati a riempire le innumerevoli buche che avevano lasciato i bombardamenti. Sono rimasto prigioniero dei tedeschi dal 1943 fino alla fine della guerra, nel 1945. Sono rientrato a casa a Lodè il 20 settembre di quell’anno».

«Fu liberato dagli angloamericano nell’aprile del 1945 – si legge ancora nella sua scheda Istasac – e trattenuto in Germania fino al rimpatrio avvenuto il successivo 9 settembre, esattamente due anni dopo essere stato fatto prigioniero». Nel 1950, Battista Deiana ha sposato la compaesana Domenica Carta: dal loro matrimonio sono nati Ciriaco, Salvatore, Mario, Pasqualino, Francesco e Nicolino. «Precate pro sa pache» ha sempre detto loro. Invocate sempre la pace.


 

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