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Nuoro

Il caso

Antica Fornace Villa di Chiesa, tra contratti non rinnovati e cig

di Michela Columbu e Simonetta Selloni

	L'ingresso dell'Antica Fornace Villa di Chiesa
L'ingresso dell'Antica Fornace Villa di Chiesa

Bolotana, nell’azienda già 21 operai fuori. Paura per il futuro

23 marzo 2024
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Bolotana «Tre anni fa siamo stati assunti con una grande prospettiva di crescita. Nuovi macchinari e stabilimenti. Il clima era di grande ottimismo e non potevamo che ritenerci fortunati. Poi nel 2023 hanno iniziato a dire che gli ordini dei prodotti erano in calo e che si sarebbe aperto un periodo di cassa integrazione. Ora diversi di noi sono a casa. Il contratto di apprendistato non è stato convertito in indeterminato». A parlare è un giovane padre di famiglia, un operaio dei 90 assunti nell’ambito del progetto di ampliamento dello stabilimento produttivo della Antica Fornace Villa di Chiesa di Bolotana. Con duecento operai – di cui 120 a tempo indeterminato e 90 con contratto di apprendistato – è l’unica azienda superstite delle 29 finanziate dal Contratto d’area. Strumento di programmazione negoziata che nella seconda era industriale dell’area di Ottana (dopo il tramonto dell’Enichem) ha portato, nei primi anni duemila, una dotazione di 120 milioni di euro concessi dallo Stato per favorire l’inserimento di nuove aziende. Di questi finanziamenti, 12 milioni erano andati all’Antica Fornace Villa di Chiesa, stabilimento sardo “figlio” della Duci Srl, azienda nata nel 1983 per la produzione di guarnizioni in gomma a Chiuduno, in provincia di Bergamo e di proprietà di due imprenditori bergamaschi, Osvaldo Paris e Antonio Duci. Ma nella fabbrica di guarnizioni con oltre tremila stampi destinati ai più disparati impieghi, dai motori delle automobili, all'elettronica ed elettrodomestici, il ricordo dei bei tempi sembra sbiadito. Oltre al giovane padre di famiglia, ci sono altri 21 operai e operaie già mandati a casa, con un “magari, se in futuro finisce questa situazione negativa, ci ricorderemo di te”. Al di là della disillusione c’è la preoccupazione. «Molta, da parte del sindacato e ovviamente da parte dei lavoratori», spiega Silvia Poddie segretaria provinciale della Filctem Cigl, peraltro l’unico sindacato presente in fabbrica, e con numeri assolutamente residuali: appena tre su 200 lavoratori. Un’anomalia. L’inquietudine riguarda tutti i lavoratori, nella fabbrica che sembrava la dimostrazione della possibilità di fare industria in quella piana deserta. Sia quelli con contratto di apprendistato sia quelli con contratto a tempo indeterminato, perché «Oltre a non aver stabilizzato questi lavoratori in scadenza che sono stati mandati a casa a seguito di una procedura di conciliazione preventiva e il bonus economico previsto per legge, l’azienda ha presentato la domanda cassa integrazione anche per il 2024», conclude Silvia Poddie. E così, nell’ Antica Fornace, lo stabilimento con una biblioteca per i dipendenti, “iniziativa unica a livello nazionale per il benessere dei lavoratori” spiegava in una nota Confindustria Sardegna Centrale nel 2016, l’aria è bassa. La produzione sembra aver subìto un drastico rallentamento per via del calo di ordinativi: appena 600 per tutto il 2024, mentre l’ultimo bilancio disponibile, quello del 2022, registra un fatturato di oltre 25 milioni. La flrssione delle commesse è l’unica giustificazione data ai lavoratori, ma contattato, il direttore dello stabilimento Antonio Busi non risponde al telefono. E i rappresentanti nuoresi di Confindustria non spiegano cosa stia succedendo, al di fuori della crisi mondiale dei mercati. Ma nemmeno confermano se risponda al vero l’allontanamento dell’Antica Fornace dall’alveo di Confindustria. Quel che è certo è che questa è una azienda che in vent’anni ha dato lavoro e garantito stipendi, non solo con le produzioni all’interno dello stabilimento ma anche con parecchie esternalizzazioni: a partire dalla separazione delle guarnizioni nelle matasse, affidate soprattutto a mani femminili, per arrivare alle manutenzioni dello stabilimento assegnate a diverse ditte locali. Ma questi ultimi contratti non sarebbero stati rinnovati. La crescita dell’Antica Fornace ha potuto contare su una grande fiducia da parte degli enti pubblici. Fiducia veicolata nella concessione di parecchi milioni di euro. Come nel 2018 quando una iniezione di 25 milioni di euro, da parte di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa del ministero dell'Economia e delle finanze, rese possibile sia l’ampliamento dello stabilimento agli attuali sei capannoni e 3.600 metri quadri, sia il raddoppio della forza lavoro con ulteriori 90 assunzioni. Di quei fondi, 17 milioni vennero erogati a fondo perduto, mentre la Regione cofinanziò con 5 milioni di euro. L’allora assessore regionale al Bilancio e alla programmazione Raffaele Paci (giunta Pigliaru) annunciò la misura come antidoto allo spopolamento. Quelle assunzioni si materializzarono nel 2021 con l’accesso in fabbrica di oltre 90 giovani sotto i 30 anni, provenienti dai paesi della zona, con contratto triennale di apprendistato. Ma in 21 non hanno avuto il rinnovo. Ma ora, «Per chi ha il contratto in scadenza come me – spiega una dipendente – non ci sono rassicurazioni. Sappiamo che la produzione è in calo perché sono crollati gli ordini, e per il 2024 la situazione si prospetta negativamente. Crediamo però che non possiamo essere noi gli unici a pagare per questo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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