Annico Pau: «Il monumento a Sebastiano Satta resta una ferita aperta, ridiamogli la dignità che merita»
L’appello dell’ex sindaco per salvare dal degrado l’opera di Francesco Ciusa sul colle di Sant’Onofrio
Nuoro La grande partecipazione di pubblico registrata a Nuoro in occasione del recente incontro promosso dall’Associazione mazziniana italiana, nell’ambito del progetto “Memoria viva”, conferma quanto Francesco Ciusa continui a occupare un posto centrale nell’immaginario culturale nuorese e sardo. Nel primo Novecento, Nuoro non fu una periferia marginale del Regno, bensì un centro di fermento culturale capace di dialogare con il panorama nazionale ed europeo. Accanto a Grazia Deledda, che portò la Sardegna nella letteratura mondiale, Francesco Ciusa seppe dare forma plastica al dolore, alla dignità e all’orgoglio del popolo sardo.
Nato a Nuoro, in quella città che, secondo la felice definizione di Camillo Bellieni, «non è l’Atene della Sardegna ma orgogliosamente sé stessa», Ciusa visse una giovinezza segnata da difficoltà e scelte controcorrenti. Rifiutato il percorso sacerdotale voluto dalla famiglia, lasciò la casa paterna e, grazie a un modesto sussidio comunale, raggiunse Firenze per studiare all’Accademia di belle arti. Qui non si limitò alla formazione tecnica, ma costruì una solida cultura umanistica, seguendo il monito di Sebastiano Satta («leggi, studia, lavora») e avvicinandosi ai grandi autori francesi e russi dell’Ottocento. Ne sortì un artista colto, estraneo alle mode dominanti.
Nel 1908 partecipò al Congresso sardo del libero pensiero di Tempio, insieme al suo maestro Sebastiano Satta e ad Arturo Filippi. Quella visione libertaria lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Tornato in Sardegna, ritrovò nel legame con la sua terra la fonte più autentica dell’ispirazione. A Nuoro, nel quartiere di Santupredu e nel suo studio di Seuna, che si affacciava nella meravigliosa vallata di Baddemanna, prese forma “La madre dell’ucciso”. Inviata alla Biennale di Venezia del 1907 senza alcuna raccomandazione, l’opera ottenne un successo clamoroso. «Franzi’, sa Sardigna ar fattu», commentò Satta.
Da quel momento l’arte e l’estro di Ciusa si aprirono al mondo. Nonostante le proposte di carriera all’estero, Ciusa restò nell’isola, sostenuto dai consigli di Satta e di Grazia Deledda. Tra Sassari, Cagliari e Oristano visse la stagione più intensa della sua produzione, realizzando opere come “Il dormiente”, “Il cainita”, “I nomadi” e “La filatrice”. Nel 1911 fu iniziato alla Massoneria nella loggia “Libertà e lavoro” di Oristano, diventando maestro del Grande oriente d’Italia. In quell’esperienza ritrovò l’idea dell’arte come costruzione morale e universale. Gli anni della guerra e del dopoguerra segnarono un progressivo declino creativo, senza spegnere il suo impegno nella formazione, con la fondazione della Scuola d’arte applicata di Oristano.
Francesco Ciusa passò all’Oriente eterno il 26 febbraio 1949. Nel 1988 le sue spoglie furono riportate a Nuoro e accolte nella chiesetta di Santu Caralu. Oggi, accanto alle tracce ancora visibili della sua opera a Nuoro, resta aperta la ferita simbolica del monumento a Sebastiano Satta sul colle di Sant’Onofrio, segnato da degrado e abbandono. Per l’amministrazione comunale e per i cittadini nuoresi, restituire dignità a quel complesso significherebbe rendere giustizia non solo al vate nuorese a cui è dedicato, ma anche a Ciusa, l’artista che più di ogni altro seppe dare forma all’anima profonda della Sardegna.
(*) ex sindaco di Nuoro e presidente dell’Ami sezione “Asproni”
