Don Francesco Mariani, 45 anni in prima linea tra sequestri di persona in Barbagia ed editoriali choc
Il sacerdote di Orune racconta le lettere dei rapitori, le accuse di razzismo e la sua missione tra fede e cronaca
Era il 25 aprile del 1981 quando, nella sua Orune, don Francesco Mariani ricevette l’ordinazione sacerdotale per mano dell’allora vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis. Lì, dove le montagne sono più aspre che altrove e dove vicoli e piazze hanno dato alle cronache decenni di turbolenti fatti di sangue, è anche nato nel 1956. E forse qui, in uno scenario sociale tutt’oggi complicato, è nata la sua vocazione da sacerdote, sociologo e giornalista.
Al servizio di Dio e della gente, don Francesco Mariani ha guidato per decenni Radio Barbagia e oggi è direttore del settimanale diocesano L’Ortobene. Senza tempo il suo impegno accanto agli ultimi, prima alla guida della Caritas, poi nelle cooperative sociali. In mezzo a tutto questo, i compiti pastorali a Nuoro come cappellano del convento di San Giuseppe, poi da parroco nell’omonima parrocchia di Nugoro nobu.
Quarantacinque anni da prete, giornalista e sociologo. Qual è la missione più difficile tra queste tre?
«La cosa più bella e difficile è cercare di essere uomini, di non porre innanzi ed esibire noi creature censurando il Creatore, amare il vero anche quando non sarebbe conveniente, imparare dai propri errori e dalle proprie sconfitte. Recitare un ruolo o una missione può apparire appagante ma umanamente diventa un vuoto esistenziale. Solo se si è uomini veri si è credibili nella tua missione».
Come ci si sente a raccontare la realtà nei panni di un sacerdote?
«Anche se sacerdoti, non bisogna essere troppo seriosi, occorre una buona dose di ironia, coscienti di essere un tassello di una storia che, come il tempo, è più grande di noi».
È stato un problema il dover essere deontologicamente obiettivi?
«Dato per scontato che un sacerdote non può scrivere su cose apprese sotto segreto sacramentale o in via del tutto confidenziale, esiste anche un segreto professionale per i giornalisti. Io sono stato sempre libero di scrivere e di parlare. A tutto ciò mi attengo seppure viviamo in tempi in cui l’insulto ha sostituito il ragionamento e la lente ideologica la realtà».
Alcuni anni fa fece scalpore un suo editoriale contro i mendicanti che affollano le chiese. Si è pentito?
«Ripeterei le stesse cose uguali e precise. Ci fu un polverone mediatico alimentato da pregiudizi, ignoranza dei fatti, e odio personale. Fui etichettato come “razzista”, “xenofobo”, ovviamente “orunese vendicativo”. Io dissi, magari senza rispettare il politicamente corretto, cose che erano sotto gli occhi di tutti: per entrare nelle chiese occorre superare una imbarazzante barriera di questuanti, diversi extracomunitari vengono accompagnati a Nuoro, in pulmini, dai centri di accoglienza di alcuni paesi e vanno a fare i questuanti seguendo turni prestabiliti, c’è il rischio, da appurare, che vi sia un racket. Accogliere vuole dire pure far rispettare le leggi di chi ti accoglie. Trasgredirle è un reato a prescindere dall'identità etnica».
Oggi è cambiato qualcosa?
«Molto. Il numero dei questuanti si è ridotto all’osso. Quando scrissi quell’intervento ero direttore della Caritas e vedevo ogni giorno pendolari dei centri di accoglienza venire a mangiare alla mensa. Oggi non più. Sono scomparsi i furti legati alla presenza di rom e sono rimasti quelli nostrani. La nostra povertà vera non riguarda il mangiare. A Nuoro, su questo versante, vi è una grandissima disponibilità e solidarietà. I bisogni più impegnativi riguardano bollette, affitti, sanità, assistenza anziani. Ci sono anche altre povertà. I disturbi psichici, i ragazzi che crescono in famiglie scoppiate, le solitudini, liti penose tra genitori che si lasciano, vittime di violenze impunite».
La piaga degli abusi nella Chiesa. I fatti che hanno coinvolto padre Paolo Contini nell’Oristanese hanno sconvolto l’opinione pubblica. Cosa pensa di questo fenomeno?
«Gli abusi vanno condannati senza ma e... però. La Chiesa, su questo versante applica norme più restrittive rispetto a quelle del codice penale. Senza trovare scuse o muovere accuse a nessuno, aggiungo due cose: gli abusi ecclesiastici fanno più notizia di quelli pur molto numerosi che si verificano in altri campi. Lascia perplessi quando le denunce arrivano a 40 anni di distanza spesso confondendo consenso e violenza».
Attraverso la radio, gli anni dell’Anonima sequestri. Qual è l’episodio che l’ha segnata di più?
«Radio Barbagia era diventata il centralino telefonico per i sequestratori (lo stesso accadeva a molti sacerdoti che venivano spessissimo coinvolti come emissari). Alla Radio eravamo costretti a restare svegli la notte. Spesso, con i mezzi di allora, non riuscivamo a registrare la telefonata che poi dovevamo raccontare a voce ai famigliari del rapito. Io riconoscevo dalla calligrafia e dalla sintassi chi aveva scritto quelle missive. Credo e spero le riconoscessero anche gli inquirenti. L’episodio che più mi sconvolse fu la lettera da recapitare alla famiglia di Farouk Kassam, tramite il vescovo Melis. I sequestratori vi annunziavano che dopo due giorni avrebbero amputato un pezzo di orecchio al ragazzo se non veniva pagato immediatamente il riscatto. Crudeltà che avvenne. Il pezzo dell’orecchio sinistro venne recapitato ad un nostro carissimo sacerdote perché la Radio era stata posta sotto strettissima sorveglianza (e anche il telefono del vescovo)».
Matteo Boe, Giovanni Farina, Graziano Mesina, Annino Mele. Le è mai capitato di avere contatti diretti con i sequestratori durante la latitanza o da uomini liberi?
«Con Annino Mele ho avuto una corrispondenza epistolare quando era in carcere. Ci diede anche tanti suoi manufatti per fare una vendita di beneficenza a favore della parrocchia San Giuseppe. Da libero l’ho incontrato un paio di volte. Farina l’ho conosciuto ed incontrato fuori dal carcere. Boe e Mesina mai. Durante la loro latitanza ne ho incontrato altri. A nessuno ho fatto prediche, capivano da soli cosa era meglio fare».
Fanno più paura i latitanti o il demonio e lei, più in generale, ha mai avuto paura e di cosa?
«Per un ventennio ho dormito e mangiato nella casa dove abitavo, nella mia stanza, con extracomunitari, tossicodipendenti, persone senza tetto. Due ho fatto in tempo ad accompagnarli all’ospedale per il decesso. Credo di non aver avuto particolare paura. O meglio, ne ho avuta all’esame di maturità classica perché temevo vi fosse matematica all’orale. Stessa cosa quando dovevo sostenere esami di statistica, economia politica, metodologia della ricerca sociale. E vado in panico quando devo sottopormi ad una iniezione».
